di Jacopo Abballe

Tra il 1997 e il 1998 gli schermi dei festival cinematografici vengono scossi dalla proiezione di Gummo, il primo lungometraggio di Harmony Korine, lo sceneggiatore del già controverso Kids (Larry Clark, 1995). Il film manca di una vera e propria trama: la macchina da presa è calata nella città di Xenia, in Ohio, ma piuttosto che impegnarsi nelle fasi del racconto, resta attratta da scene di raro e dolce squallore. Gummo non è un racconto corale di tipo convenzionale, ma una raccolta di frammenti diversi legati da associazioni emotive, più che concettuali. La frammentazione è senza dubbio la tecnica narrativa prediletta dall’autore (sia al cinema che in letteratura), specialmente nella prima fase della sua carriera, quella più ferocemente adolescenziale e tossica. Nella sequenza iniziale di Gummo, il montaggio di innocui filmini amatoriali girati tra amici è turbato dalle riprese di un uragano che devasta la città; poi la macchina a mano segue il cadavere di un cane che precipita dal tetto e, un attimo prima dell’impatto, siamo già all’inquadratura successiva, concentrati su una ragazzina che sorride di gusto.

Ci sono attimi di felicità e altri di morte, mescolati con astuta naturalezza, tutti volti a scrivere sullo schermo una sequenza che disturbi e che conquisti. E la voce narrante sussurrata di un bambino, che ci informa della catastrofe che si è abbattuta sulla città, contribuisce al dolce stordire. Ma sarebbe errato pensare Korine come un provocatore che opera per contrasto, perché il regista lavora più spesso con l’amalgama. Scrive Vincenzo Buccheri:

Questa specie di versione underground dei Peanuts, intrisa di umori anni ’60 è molto astuta nel coniugare la finzione con il documentario, il candore con l’estetica dello schifo […] Korine cerca lo scandalo a tutti i costi, ma riesce solo a turbare le coscienze animaliste dei critici di tendenza, cultori del “pus lisergico” ma scandalizzati dalle violenze sui gattini*.

Pur scrivendone in termini negativi, Buccheri coglie alla perfezione lo spirito del film quando nota che questo coniuga “il candore con l’estetica dello schifo”. Queste due essenze, per l’appunto, si incontrano e si legano. Il candore è quello di uno sguardo infantile, il punto di vista di Solomon, il bambino che emerge (in senso narrativo) tra gli altri derelitti. Ma sono forti anche l’innocenza e il divertimento espressi con sincerità da tutti i giovani del film, che si muovono in ambienti degradati e degradanti, tra pareti ammuffite e brulicanti di insetti, in fuga da adulti molestatori, intorno al letto di una vecchia inferma a cui staccano la spina.

Ogni elemento è manifestazione diretta dello schifo, uno schifo estetizzato, non solo nell’ambiente, ma prima di tutto nei volti dei giovani protagonisti, troppo strani per la quotidianità, troppo belli per il cinema. In questo senso, il volto del piccolo Jacob Reynolds racchiude in sé tutto il film: dai lineamenti bizzarri, con un estetica malformata, è brutto ma ci piace, ci intenerisce, ci turba e ci riscalda. Nei suoi film, Harmony Korine non condanna mai il degrado, ma lo esalta. I suoi personaggi sono privi di valori, ma il regista non li rimprovera, e si scopre invece profondamente innamorato dei loro gesti, ritrova in loro un po’ di sé:

How can an artist be expected not to be self-indulgent? That’s the whole thing that’s wrong with filmmaking today […] To me, art is one man’s voice, one idea, one point-of-view, coming from one person**.

D’altronde è stato innanzitutto Korine a vivere un’adolescenza tormentata, lui che è stato un tossico nella periferia di Nashville, e che ancora ricorda la sua città con affetto profondo. Bernardo Bertolucci vide nel suo esordio una rivoluzione per il linguaggio cinematografico, ma il film di Korine non è certo il primo a coniugare il candore con l’estetica dello schifo. Un esempio lampante, in questo senso, è rappresentato da L’adolescente (Une vraie jeune fille) di Catherine Breillat, un film antecedente e al tempo stesso successivo a Gummo (completato nel 1976, è stato proiettato al pubblico solo a partire dal 1999).

L’esile trama ruota attorno al personaggio di Alice (Charlotte Alexandra), che raggiunge la casa dei genitori per le vacanze estive. La ragazza è particolarmente interessata al sesso, il cui pensiero la turba e la affascina, e presto si accorge di Jim (Hiram Keller), un giovane di bell’aspetto che lavora per il padre. Così, nella tranquillità della campagna, Alice dà sfogo alle sue fantasie erotiche: la più estrema la vede legata a terra con del filo spinato, mentre Jim le infila un lombrico strisciante nella figa. L’adolescente è un film dalla dolcezza estrema: Alice è una ragazzina maliziosa quanto ingenua, che vive il sesso con allegra naturalezza. Si masturba dove e quando ne ha voglia, provoca chiunque con le sue forme, a volte con intenti premeditati, altre volte senza nemmeno accorgersene. I suoi sogni sono proibiti, troppo violenti e troppo piacevoli per realizzarsi. E tutto si bagna di quel sole che batte violento nelle campagne, che riscalda e che stordisce.

Così, anche nel descrivere gli ambienti più squallidi, come il bagno sporco di un collegio, o la casa invasa dalle mosche dei genitori, la Breillat non rinuncia mai all’esaltazione fascinosa tipica di uno sguardo di bimba. Quella che in Alice chiameremmo malizia comprende in realtà tante spontanee e legittime curiosità sul sesso, che la ragazzina brama con profondo candore. Fatte queste considerazioni, i richiami al cinema di Ozu acquistano un valore premeditato: la regista francese riprende la magia degli ambienti di Tarda primavera per segnare questi di pulsioni sessuali selvagge e pure.

L’adolescente sulla sinistra e Tarda primavera (Yasujirō Ozu, 1949) sulla destra.

Ma L’adolescente verrà omaggiato a sua volta: in Nymphomaniac (Lars von Trier, 2013) il personaggio di Charlotte Gainsbourg vuole mettere alla prova la sua vagina e scoprire quanti cucchiai può contenere, rimandando a uno dei momenti iniziali del non-esordio di Cathrine Breillat, quando Alice, seduta a tavola, si infila un cucchiaio in mezzo alle gambe. E non solo: Feuchtgebiete (noto come Wetlands), diretto dal tedesco David Wnendt, non si limita a riprendere e ad enfatizzare la scena del bagno lercio de L’adolescente, ma torna a coniugare il candore con l’estetica dello schifo per tutta la sua durata.

L’adolescente sulla sinistra e Wetlands (David Wnendt, 2013) sulla destra.

Quella di Wetlands è la storia di Helen (Carla Juri), una ragazza di diciotto anni che soffre di emorroidi. Nel tempo libero, Helen si masturba con gli ortaggi che trova in frigo, scambia i tamponi sanguinolenti con la migliore amica, masturba e spompina dei completi sconosciuti, e approfitta di qualsiasi dettaglio sporco per trasformarlo in un esperimento sull’igiene. Educata da una madre con l’ossessione per la pulizia, Helen vuole dimostrare che l’igiene ricopre un ruolo ingombrante nella nostra società. Lo strumento di analisi è il suo stesso corpo, base fondamentale di una serie di esperimenti perversi quanto divertenti.

Già dai titoli di testa sono chiare le intenzioni del regista: seguendo la soggettiva della protagonista, la macchina da presa si avvicina sempre di più all’oggetto del suo interesse: un pelo pubico posato sulla porcellana di un gabinetto sudicio. La mdp rincorre veloce la propria morbosa curiosità, tanto da spingersi all’interno del pelo stesso, per poi scoprire un mondo microscopico, affascinante e colorato quanto un pianeta alieno, abitato da mostri impensabili e scenari pieni di luce. E’ il pelo pubico più bello che abbiamo mai visto.

E il resto del film non è da meno. Grazie a una fecondità visiva invidiabile, Wnendt concentra sullo schermo tutto il fascino della protagonista verso lo schifo. La fotografia è calda e travolgente, i colori saturi di un’estetica pop, le musiche suonano con dolcezza. Il perturbante si riveste adesso di attrattive mai pensate prima. La protagonista riporta fisse infantili (fa di tutto per riavvicinare i genitori separati) e vive il sesso come un gioco, un gioco che sporca e pieno di liquidi, ma pur sempre un gioco: ancora una volta, il candore permea lo schifo del mondo e dei corpi.

Gummo, L’adolescente, Wetlands. Tre film distanti per anno e paese di produzione, diversi nelle intenzioni e nelle tonalità, che si sono scambiati sullo schermo le stesse sensazioni viscerali con fare provocatorio ed estetica innovativa. Tre film che raccontano il sesso e la vita come cose sporche e, quindi, meravigliose. Sono film splendidi e disgustosi. Splendidi perché disgustosi.

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* Buccheri Vincenzo, Gummo di Harmony Korine, in Segnocinema, n°88 – anno XVII, novembre/dicembre 1997, p. 63.

** http://www.harmony-korine.com/paper/int/hk/disharmony.html, consultato il 27/05/2020.

 

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