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di Stefano Scanu

Nel malinconico censimento delle sale che hanno chiuso in via definitiva bisogna metterci dentro soprattutto quelle a luci rosse. In questo caso la crisi dovuta al cambiamento irreversibile verso una modalità di consumo privato del film, trova ragioni molto più profonde che hanno origine anni prima. Non c’è tanto da girarci intorno, l’home-video, e a seguire le piattaforme di porno streaming, hanno cannibalizzato il pubblico di riferimento cambiandone inoltre l’oggetto stesso del desiderio. Nel tempo i film hard si sono impoveriti perdendo progressivamente le caratteristiche classiche dell’opera cinematografica. Sceneggiatura, regia, fotografia e montaggio si sono ridotte all’osso a favore di film al limite dell’amatoriale, che fanno anzi dell’estetica Lo-Fi, pure se posticcia, la principale peculiarità attrattiva. Più sembrano veri, clandestini e casuali, meglio è. Sono film scarni, muti, simili fra loro, divisi per categorie e decisamente brevi, non hanno nemmeno il tempo di annoiare, durano giusto quel che serve. Non che i vecchi film del genere fossero proprio appassionanti: trame deboli, spesso semplici parodie di classici del cinema ma con un certo piglio scanzonato e autoironico (a cominciare dal titolo) che oggi se lo sognano. In comune tra le due generazioni rimane solo il finale, ragionevolmente prevedibile da che il porno è porno. E allora se non c’è rivelazione o svelamento ciò che rimane è solo una catarsi diversa, un desiderio di emulazione, di identificazione e inevitabilmente di condivisione.

Sarà per questo motivo che c’è chi si ostina a frequentare le poche sale hard ancora in attività?

E chi sono questi spettatori?

Carbonari dell’intrattenimento, sicuramente, esploratori erotici, socializzatori anacronistici come i luoghi che abitano. Di questi avamposti del piacere che si esauriscono nella loro disperata resistenza, in Italia ormai se ne contano pochi, forse una dozzina, nascosti nei vicoli, nei retrobottega, a due passi dalle stazioni, appartati e invisi ai residenti del quartiere che temono per il deprezzamento dei propri metri quadrati. Al netto di tutto, ancora una volta il cinema, e ciò che gli gravita intorno, rappresenta un ottimo punto d’osservazione sulle città; grazie alla sua forza evocatrice fatta principalmente di immagini, penetra ogni classe sociale, si fa capire e usare da tutti in modo diretto, figuriamoci il cinema pornografico. Lo scrittore newyorkese Samuel R. Delany ha frequentato per oltre trent’anni le sale hard della 42nd Street, vedendo film, facendo sesso con sconosciuti, in certi casi raggiungendo una familiarità profonda. Nel suo memoir Times Square Red, Times Square Blue  racconta come la gentrificazione abbia spazzato via quei luoghi creando una faglia nel tessuto urbano e umano. Oltre a posti in cui spassarsela, sono venute a mancare zone di contatto, di immediata intimità, anche se effimera, tra una moltitudine di cittadini in cui ogni distinzione sociale veniva sovvertita se non addirittura azzerata, folle appagate dalla forza democratica del sesso. Il racconto di Delany più che nostalgico è utopico, immagina una città che sfugge alla solitudine nelle gallerie dei cinema porno, che unge i suoi ingranaggi sentimentali ed erotici negli incontri illuminati dal grande schermo.

Utopia più che mai in un paese cattolico come il nostro in cui le distanze morali tra gli edifici sacri e quelli del peccato sembrano incolmabili, mentre quelle geografiche spesso sono minime. A Ferrara il cinema per adulti Mignon ha trovato riparo dentro una antica chiesa bizantina ormai sconsacrata, a Roma tra gli anni ’70 e ’80 la terribile accoppiata Moderno e Modernetta si litigava gli spettatori sotto i portici di Piazza della Repubblica, proprio di fronte alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, per non parlare dello scabroso Mercury, a quei tempi in attività a pochi passi dal Vaticano, frequentatissimo, si dice, dalla curia locale; oggi sede de LUMSA, dove è sufficiente sapere che la S sta per santissima. E poi molti altri che prima di spegnere definitivamente le luci, hanno acceso quelle rosse come ultima risorsa.

Immaginando la Roma di quegli anni in cui la pornografia abitava e arredava discretamente i quartieri, penso spesso a un episodio del film Il comune senso del pudore in cui Alberto Sordi nei panni dell’operaio Giacinto Colonna decide di portare la sua signora al cinema per festeggiare le nozze d’argento. Vagano da una sala all’altra della città in cerca del film giusto ma ogni volta incorrono in una proiezione pornografica. Durante questa ininterrotta visione erotica, la coppia perde gradualmente le proprie resistenze etiche abbandonandosi al fascino del proibito, e così lo scandalo e sentimenti bigotti lasciano spazio al contagio. L’Homo spectator ha fatto un passo in avanti lungo la linea evolutiva a dispetto di tutti gli altri.

Ho sempre pensato di farlo anche io un viaggio attraverso i cinema per soli adulti, magari quelli di tutta Italia, prendere il treno da Siracusa fino a Bolzano; partire dal Sarah di Catania, fare un salto al Lory di Acquarica, al Gioiello di Genova, al Maffei di Torino fino al Diana di Udine, per visitare questi pruriginosi templi del vietato ai minori, per parlare, spiare e vedere l’effetto che fa un attimo prima che sbarrino tutto definitivamente. Avrei pure già il titolo: Pornorama.

Per la verità poco prima che scoppiasse la pandemia avevo anche cominciato, dopotutto ce n’è uno non lontano da casa mia, in via Montebello 101, a pochi passi dalle Terme di Diocleziano e dalla stazione Termini, proprio nel centro del rione Castro Pretorio, l’ultimo superstite, il cinema Ambasciatori. Sebbene abbia un ampio ingresso, si fatica a scovarlo così stretto tra alti palazzoni sabaudi e uffici ministeriali; è come se volesse ritirarsi, farsi più discreto possibile per non urtare la sensibilità degli abitanti del quartiere. Le porte a vetri oscurate, nessuna locandina a reclamizzare i film in cartello, le insegne SEXY MOVIE spente e i passanti che tirano dritto a testa bassa quando non possono cambiare marciapiede.

In tempi di pace in questo bellissimo cinema di oltre quattrocento posti vengono proiettati a rotazione tre film al giorno, due classici e una pellicola moderna, molto meno affabulatoria di quelle di trent’anni fa ma decisamente più concreta. Ogni biglietto costa dieci euro e si ha la possibilità di uscire per un caffè o una breve pausa per poi riprendere la maratona. Fino a qualche mese fa l’Ambasciatori intratteneva dalle 10,30 del mattino fino alle 22, tutti i giorni dell’anno, festivi inclusi per una media di centocinquanta spettatori al giorno, l’amore non conosce riposo. Certo sono lontani i giorni in cui sia la platea che la galleria si riempivano fino ad esaurirsi, quasi mille occhi cupidi nella penombra, ammaliati da una rissa di carne e da primi piani villosi che negli anni si sono fatti via via più glabri. In un qualsiasi giorno d’agosto degli anni ’90 questo posto fatturava qualcosa come cinquanta milioni di lire, il telefono squillava ininterrottamente per chiedere orari e titoli o informazioni sul cast. Era l’epoca di Cicciolina, Marina Lotar, Luana Borgia e di film come Giovedì…Gnocche, Cappuccetto rotto e Le belve del sesso.

Per il suo atrio passano preti e poliziotti in borghese, agenti di commercio, marchettari, professionisti, uomini soli, etero, gay, cultori del porno vintage, anziani col cappotto o travestiti da donna, scambisti e perfino qualche coppia che ha tentato di coinvolgere la sicurezza in un ménage erotico. Questa singolare fauna è uno dei motivi per cui la sopravvivenza dell’Ambasciatori è messa costantemente a rischio ma contemporaneamente anche la ragione stessa della sua esistenza.

C’è qualcosa di romantico in questo posto e in chi lo frequenta. L’ostinazione con cui qualcuno continua ad attraversare la città per vedere un film hard piuttosto che chiudersi nell’intimità della propria camera da letto davanti al pc, ha un che di eroico. Decine di persone sedute al buio, ipnotizzate da seni grossi come cupole, peli pubici che sembrano cavi elettrici e fellatio titaniche;  su e giù, su e giù all’infinito, quanto si può usurare un fotogramma? Gillo Dorfles diceva che quanto più spesso un’immagine colpisce il nostro sguardo, tanto più si imprime nella nostra mente, che insomma potrà dissiparsi fino a scomparire ma dopo la visione ce la porteremo in ogni caso con noi.

E ancora gli stessi spettatori controllati a vista da due grossi uomini che più che delle maschere sembrano sentinelle di ronda occupate a coprire ogni angolo della sala. Gli sfoghi onanistici e le ammucchiate tra le poltrone sono un rischio concreto che l’Ambasciatori non può permettersi o si chiude tutto e tanti saluti. Da queste parti non aspettano altro.

In genere si sente parlare di comitati di residenti e associazioni che si battono a colpi di post per salvare sale in odore di chiusura oppure per celebrarne l’importanza e l’impatto che hanno sui propri quartieri; in questo caso bisogna fare i conti con una città che cerca in ogni modo di nasconderne una dalla propria mappa, se non addirittura di eliminarla, come è già successo con tutti gli altri. E allora provo l’Avorio: chiuso,  l’Ulisse pure, il Moulin Rouge, l’Aniene neanche a dirlo.

Se oggi fossi io Giacinto Colonna e mi venisse voglia di festeggiare con un bel film a luci rosse, questa volta farei davvero fatica a trovare il posto giusto dove lasciare andare i miei pregiudizi e il mio senso del pudore per abbandonarmi al piacere della visione.

 

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