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di Ludovico Cantisani

Sin dai suoi albori il cinema è stato accompagnato da una grande produzione letteraria e cartacea che ora seguiva e tracciava i film in uscita, ora cercava di passare in rassegna la sua storia, identificando movimenti e suggestioni d’autore: abbiamo così, accanto al cinema, un “extracinema” composto da un’infinità di articoli, recensioni, saggi critici, trattati, libri-intervista, monografie ed enciclopedie di ogni ordine e grado, spesso oggetto di collezione e di culto per gli appassionati. Ecco però dieci titoli che non dovrebbero mancare nella biblioteca di nessun cinefilo, scelti tra raccolte di interviste, “confessioni” di alcuni dei maggiori registi della storia del cinema e saggi filosofici sul linguaggio filmico.

François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock (Il Saggiatore)
Dopo aver più volte lodato i thriller di Hitchcock e in generale certo cinema di genere americano ed europeo sulle pagine dei Cahiers du Cinéma di André Bazin, François Truffaut, già affermatosi come regista, diede alle stampe nel 1966 questa lunga intervista a tutto tondo con il suo maestro Alfred Hitchcock, frutto di una lunga serie di colloqui tra i due avvenuti nell’estate del 1962. Complici anche le domande precise ma inaspettate di Truffaut (“Lei è un cineasta cattolico?”), Hitchcock si apre non solo sul suo cinema ma anche sulla sua vita, raccontando della sua infanzia così come dei retroscena dei set dei suoi film più noti: il risultato finale è un manifesto coinvolgente delle potenzialità ipnotiche del cinema.

Stanley Kubrick, Non ho risposte semplici, a cura di Gene D. Phillips (minimum fax)
Compilata dal gesuita Gene D. Phillips, tra i maggiori studiosi di cinema statunitensi, Non ho risposte semplici è una raccolta delle più importanti interviste rilasciate da Stanley Kubrick dalla fine degli anni cinquanta fino ai primi anni novanta. Nonostante la famigerata ritrosia del regista nell’esporsi e nello spiegare il significato delle sue opere, le interviste raccolte da Phillips forniscono un quadro completo e strabiliante della sua filmografia: dal Dottor Stranamore a Full Metal Jacket, da 2001: Odissea nello Spazio a Shining passando per il controverso Arancia Meccanica e l’affresco storico di Barry Lyndon, Kubrick parla della sua concezione del cinema e, cercando di sfuggire alle domande più inquisitive e banali dei giornalisti che di volta in volta lo intervistavano, si lascia sfuggire riflessioni folgoranti non solo sulla regia, ma anche sulla storia, sulla politica, sulla guerra e sull’erotismo. Del resto, come disse lo stesso Kubrick, “gli unici modi che i giornalisti hanno a disposizione per fottermi sono citarmi in maniera errata o citarmi fedelmente”.

Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo (Istituto Internazionale Tarkovskij)
Ostacolato dalle autorità sovietiche a girare film al ritmo in cui lui avrebbe desiderato, il regista russo Andrej Tarkovskij (L’infanzia di Ivan, Solaris, Stalker) approfittò dei lunghi intervalli di tempo tra un film e l’altro per abbozzare una sua teoria del cinema, a metà tra racconto della genesi e della realizzazione delle sue opere e riflessione sull’arte cinematografica tout court; dopo aver scoperto di essere malato di cancro al termine delle riprese in Svezia di Sacrificio, Tarkovskij affrettò il lavoro sul libro concludendolo poco prima della morte nell’inverno 1986, dando così all’opera un sapore testamentario. La tesi centrale del libro riguarda la ricerca della specificità del cinema rispetto alle altre arti, indicata da Tarkovskij come la potenzialità di “scolpire il tempo”, di impressionare il tempo su pellicola; ma le tante divagazioni da questa linea direttrice centrale, come le riflessioni sulla cultura russa o sull’immaginario ortodosso e le critiche ed autocritiche ai film propri e di altri registi, rendono Scolpire il tempo molto più di un semplice manifesto teorico – quasi una confessione.

Federico Fellini, Il libro dei sogni (Mondadori)
Per gran parte della sua vita adulta, dagli anni sessanta fino a pochi anni prima della morte, Federico Fellini ha appuntato fedelmente su un diario tutti i suoi sogni, segno di un’attività onirica vividissima che si riversava fedelmente nel suo cinema. Pubblicato nel 2007 con il beneplacito della Fondazione Fellini e il contributo di Tullio Kezich e Vincenzo Mollica, Il libro dei sogni è un’avventura unica nel “lato nascosto della luna” dell’attività creativa del regista de La dolce vita e 8 e ½. A impreziosire ulteriormente il volume sono i magnifici bozzetti e schizzi con cui spesso il maestro riminese corredava i suoi appunti onirici, per restituire ancora più fedelmente l’(ir)realtà dei suoi sogni.

L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo, a cura di Laurent Tirard (minimum fax)
Laurent Tirard, regista e sceneggiatore francese noto soprattutto per la saga de Il piccolo Nicolas, intervista venticinque colleghi di spicco provenienti da tutto il mondo per esplorare l’arte della regia in ogni sua declinazione. Realizzate tra gli anni novanta, quando Tirard era un giovane studente di cinema alla New York University, e i primi anni duemila, queste interviste comprendono nomi del calibro di Martin Scorsese, Oliver Stone, Lars von Trier, Wim Wenders, Roman Polanski, David Lynch, i fratelli Coen, Bernardo Bertolucci e Jean-Luc Godard. Il libro è pubblicato da minimum fax

Vittorio Storaro, Bob Fisher, Lorenzo Codelli, L’arte della cinematografia (Skira)
Vittorio Storaro, tre volte premio Oscar per la migliore fotografia (nel 1980 per Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, nel 1982 per Reds di Warren Beatty e nel 1988 per L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci), affida a questo le sue principali riflessioni sull’arte e sulle immagini. Corredato da importanti contributi di colleghi e studiosi quali Luciano Tovoli, Daniele Nannuzzi e Gabriele Lucci, L’arte della cinematografia si propone come un excursus “d’autore” su oltre cento anni della storia del cinema, tracciando i profili biografici e artistici di centocinquanta tra i maggiori cinematographer di sempre, nell’intento dichiarato di spiegare al pubblico quanto la figura dell’”autore della cinematografia” sia essenziale nella resa di un film. 

György Lukács, L’anima e l’azione (Luigi Pellegrini Editore)
L’ungherese György Lukács, tra i maggiori studiosi marxisti di ogni tempo, revisore delle tesi di Marx e ideatore del concetto di “reificazione”, fu uno dei primissimi filosofi a interessarsi del cinema. Classe 1885, Lukács poté assistere alla nascita e ai primi anni di diffusione della settima arte e, benché relativamente marginali nel lavoro di uno studioso che ha concepito opere della portata di Storia e coscienza di classe, per tutta la vita andò appuntandosi e pubblicando riflessioni più o meno fugaci sul cinema, sulla crisi del dramma teatrale e sulle avanguardie artistiche del Novecento. L’anima e l’azione è il titolo del libro, recentemente pubblicato da Pellegrini, che raccoglie molte delle riflessioni di Lukács su cinema e teatro.

Sergej M. Ėjzenštejn, Il montaggio, a cura di Pietro Montani (Marsilio)
Legati al pari di Lukács all’immaginario e al mondo comunista e sovietico, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn è noto però soprattutto come il regista che ha girato alcuni dei maggiori capolavori del cinema muto e del primo cinema sonoro quali La corazzata Potëmkin vituperata da Fantozzi, l’Aleksandr Nevskij, Que viva Mexico! e Ottobre. Centrale, nella realizzazione dei suoi film così come nella sua altrettanto significativa attività teorica, era il concetto di “montaggio delle attrazioni”, da lui applicato coscientemente al cinema a partire dal 1924 con il propagandistico Sciopero!, un montaggio delle inquadrature che, svincolandosi dal mero naturalismo, attiri maggiormente l’attenzione del pubblico e lo spinga alla riflessione intellettuale. Il “montaggio delle attrazioni” affiora a più riprese negli scritti teorici di Ėjzenštejn; per esplorare questo concetto e in generale la teoria del cinema del grande regista sovietico forse il testo più significativo è Il montaggio, una raccolta degli scritti teorici di Ėjzenštejn a cura di Pietro Montani recentemente ripubblicata da Marsilio.

Gilles Deleuze, L’immagine-movimento (Einaudi)
Gilles Deleuze, uno dei maggiori filosofi francesi del secondo Novecento, dopo essersi affermato alla fine degli anni sessanta con opere quali Logica del senso e L’Anti-edipo: Capitalismo e schizofrenia, mostrò una grande attenzione verso il mondo del teatro, dell’arte figurativa e della letteratura pubblicando opere seminali su Proust, Kafka, Francis Bacon e Carmelo Bene, a volte in collaborazione con lo psicoanalista Felix Guattari. Negli anni ottanta, Deleuze rivolse la sua attenzione anche verso il cinema, realizzando un’opera teorica in due volumi che, prendendo spunto da Henri Bergson con alcuni echi anche di C.S. Peirce, si propone di ri-classificare il cinema secondo nuove categorie di tassonomia dell’immagine. L’immagine-movimento è il primo dei suoi due volumi sul cinema; il titolo si deve alla bipartizione con cui Deleuze in partenza si propone di ripensare il cinema, l’immagine-movimento e l’immagine-tempo. Le immagini-movimento, foriere di una nuova concezione “continuativa” del movimento che subentra a quella “successiva” che caratterizzava il pensiero occidentale almeno dai tempi del paradosso di Zenone, sono a loro volta suddivise in immagini-percezione, in immagini-affezione, e in immagini-azione; queste tre sotto-categorie possono essere ricondotte, in termini di grammatica cinematografica, al campo lungo, al primo piano e al campo medio.

Gilles Deleuze, L’immagine-tempo (Einaudi)
L’immagine-tempo di Gilles Deleuze riparte là dove L’immagine-movimento era terminato, andando ancora più a fondo nell’analisi della storia del cinema e mettendo in campo una successione di riflessioni folgoranti sulle filmografie di singoli registi a partire dal concetto di “immagine-tempo”. Deleuze dimostra innanzitutto una grande attenzione verso il cinema italiano, proponendo una nuova definizione di Neorealismo e indagando soprattutto il cinema di Michelangelo Antonioni, ma anche i film di Rossellini, Visconti, Fellini e di un inaspettato Carmelo Bene; ma L’immagine-tempo passa in rassegna e sovverte i paradigmi critici abituali anche sulle opere di altri registi quali Alain Resnais, Orson Welles, Stanley Kubrick, Robert Bresson, John Cassavetes, Jean-Luc Godard e Yasujirō Ozu, pervenendo alla conclusione radicale che “il cinema non è una lingua, e nemmeno un linguaggio” bensì un “sistema d’immagini e di segni” che, almeno nei suoi punti più alti, sa essere tout court espressione di un pensiero.

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