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Negli oltre 125 anni che ci separano dalla nascita del cinema la sera del 28 dicembre 1895 al Grand Café del Boulevard des Capucines a Parigi è stata prodotta una mole gigantesca di film di ogni genere, decine di migliaia di lunghi, corti e mediometraggi che hanno contribuito fortemente a formare l’immaginario del Novecento e di questi primi due decenni del XXI secolo. In questa mole produttiva senza uguali, sono pochi i film che possono dire di contenere dentro di sé una vera e propria lezione di cinema – di regia, di stile, ma anche di storia del cinema – per quanto il grande regista francese François Truffaut si augurava di trovare in ogni film che andava a vedere “un’idea del cinema, e un’idea del mondo” raccontata attraverso il cinema. Andiamo allora a vedere dieci film che sanno condensare in sé molte suggestioni circa il mezzo tecnico e linguistico che li crea, scelti tra il cinema italiano e il cinema internazionale ed elencati senza un ordine di grandezza, nella consapevolezza che questa lista, come ogni lista, è parziale.

Ladri di biciclette
Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, uscito nel 1948 a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e premiato con un Oscar speciale non essendo stata ancora inaugurata la sezione per il Miglior film straniero, è universalmente conosciuto come uno dei capolavori del Neorealismo. La grandezza del film sta nel raccontare la microstoria – le vicende di un attacchino a cui viene rubata la bicicletta – senza soluzione di continuità rispetto alla macrostoria – le condizioni sociali dell’Italia dell’immediato dopoguerra. Come riconosceva il grande critico francese André Bazin, fondatore dei Cahiers du cinéma, soprattutto nelle ultime scene Ladri di biciclette sa sfiorare il concetto-limite di “cinema puro”: un cinema che si nutra espressamente ed esclusivamente delle sue specificità di linguaggio per portare avanti il racconto, enfatizzando l’immagine e la colonna sonora a discapito della necessità di dover spiegare le azioni dei personaggi attraverso il dialogo, e restituendo una narrazione fluida che non faccia sentire né il peso della messa in scena né quello della sceneggiatura.

Ultimo Tango a Parigi
Poco più di vent’anni dopo Ladri di biciclette, il mondo è completamente cambiato, e un appena trentenne Bernardo Bertolucci sa cogliere non più il nesso che lega il destino individuale alla storia collettiva, ma l’atmosfera e lo stile di un’intera epoca nascente. Girato in una Parigi dei primissimi anni settanta fotografata dal grande occhio di Vittorio Storaro, Ultimo Tango a Parigi racconta l’incontro di due solitudini, un uomo maturo e una ragazza prossima alle nozze, che in un anonimo appartamento parigino si rivedranno ripetutamente al solo scopo di avere rapporti sessuali senza conoscere nulla l’uno dell’altra, nemmeno il nome – ovviamente, uno dei due infrangerà il patto. Ultimo Tango a Parigi è l’”alienazione” esistenziale di cui tanto si parlava di quegli anni, è il “disagio della civiltà” su cui si sperticavano Freud e Marcuse, ma soprattutto va molto al di là di quello che potrebbe esprimere ogni mera teorizzazione. A livello di regia e di fotografia, si tratta di uno dei vertici della storia del cinema.

Ultimo Tango a Parigi
Una scena di Ultimo Tango a Parigi diretto dall’allora trentenne Bernardo Bertolucci. Il film è uscito nelle sale nel 1972.

I cortometraggi di Vittorio De Seta
Facciamo un passo indietro e andiamo nell’Italia rurale degli anni cinquanta, raccontata dai cortometraggi di Vittorio De Seta che una decina di anni fa, anche grazie all’interessamento di Martin Scorsese, la Feltrinelli ha restaurato e rimesso in commercio sotto il titolo collettivo de Il mondo perduto. Pochi anni prima del boom economico, De Seta racconta il mondo popolare del Sud, andandosi ad addentrare di volta in volta tra i pescatori, tra i minatori, tra i contadini delle regioni più impervie d’Italia, portando al cinema una riflessione meridionalista che altri (Gramsci, Salvemini, De Martino, Scotellaro) avevano sollevato nel dibattito pubblico italiano a livello di politica e di filosofia sociale. I cortometraggi di Vittorio De Seta hanno una forza dirompente non solo in quanto documenti storico-antropologici unici di un’Italia che già ai primi anni sessanta non esisterà più, ma anche per la capacità che, nei migliori di questi, la macchina da presa dimostra di essere “immanente”: in cortometraggi come Lu tempu de li pisci spada o Isole di fuoco l’occhio di De Seta si fa sguardo invisibile, sensoriale, organicamente coinvolto nella realtà umana e naturale che sta riprendendo.

Il silenzio
Su abissi e immaginari completamente diversi ci porta l’opera cinematografica e teatrale di Ingmar Bergman, e in particolare il suo Il silenzio, uscito nel 1963 come capitolo conclusivo di una “trilogia sul silenzio di Dio”. Il grande insegnamento de Il silenzio, calato completamente in atmosfere nordiche e austere, riguarda proprio le potenzialità del sonoro al cinema: il film di Bergman non è caratterizzato solo da un grande silenzio, o meglio, mostra come il silenzio al cinema sia in fondo irrappresentabile; ma il rumore del vento, i suoni di scena in generale e ancor di più le sonorità aspre della lingua immaginaria che parlano tutti gli altri personaggi che circondano le due protagoniste trasmettono allo spettatore una sensazione indelebile, a prescindere dalla specifica tematica religiosa che Bergman, figlio di un pastore protestante ma adesso in crisi di fede, vi voleva trattare.

Barry Lyndon
Con Barry Lyndon, universalmente considerato uno degli apici della filmografia di Stanley Kubrick, sul quale generalmente si “scommette” quando si deve indicare un eventuale miglior regista nella storia del cinema, ritroviamo quel concetto di “cinema puro” che inizialmente aveva esplicitato Bazin a proposito di Ladri di biciclette di De Sica. Rispetto al Neorealismo Barry Lyndon in un certo senso fa l’operazione contraria, e invece di raccontare l’attualità in termini tragici racconta e fa rivivere, con toni epici, tutto il Settecento inglese del periodo attorno alla Guerra dei sette anni. L’accostamento e la commistione tra le immagini, la storia, la colonna sonora (tra cui spicca una Sarabanda di Händel) e i voice-over ironici del narratore risulta semplicemente perfetta, e pochi film come questi  lasciano con l’impressione di aver assistito non tanto a una rievocazione di un passato verosimile, quanto al dispiegamento del senso della Storia in generale.

Melancholia
Una teoria piuttosto diffusa nel mondo della scienza europea fino al secolo scorso voleva che “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, vale a dire che le tappe dello sviluppo dell’embrione del feto umano e di ogni altra specie replica le tappe dello sviluppo evoluzionistico dell’intera specie. Anche se questa teoria col tempo si è rivelata errata o quantomeno semplicistica, resta una metafora efficace di certi meccanismi concettuali e narrativi. Un film in cui veramente e anche schematicamente “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi che ricapitola l’ontologia” è Melancholia di Lars von Trier, con protagonista un’indimenticabile Kirsten Dunst. La prima parte del film ruota attorno alla depressione che affligge la protagonista Justine, e che porta il suo matrimonio alla fine il giorno stesso delle nozze. Il secondo atto del film racconta invece l’improvvisa fine del mondo, provocata dallo scontro della Terra con il gigantesco pianeta blu Melancholia – “depressione”, in inglese. Ancora una volta, e in un modo ancora una volta diverso, il cinema si diverte a indagare e a sottolineare il nesso tra il destino individuale e il destino, in questo caso, dell’intera razza umana.

Enter the Void
Se Melancholia si apriva a considerazioni ontologiche circa l’eventuale “cattiveria” o indifferenza della Natura nei confronti dell’uomo, Enter the Void del regista franco-argentino Gaspar Noé porta lo spettatore in un mondo tout court “metafisico” ed escatologico, facendoci vivere in una sorta di soggettiva ininterrotta (quasi nello stile di un videogioco) tutte le esperienze che l’anima del protagonista Charlie vive dopo essere ucciso dalla polizia giapponese, prima di riuscire a reincarnarsi. Ispirato alla lontana dal Libro Tibetano dei morti con echi da 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick e da tutta una grande tradizione di cinema sperimentale, Enter the Void di Noé è una delle avventure cinematografiche più uniche e lisergiche mai realizzate, ambientato in un’indimenticabile Tokyo illuminata tutta da luci al neon.

The Tree of Life
Una scena di The tree of Life di Terrence Malick, del 2011. Il film è interpretato da Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain.

The Tree of Life
Se Enter the Void raccontava di un vissuto post-mortem volutamente “infernale” del suo protagonista, The Tree of Life del misterioso regista texano Terrence Malick vuole al contrario attingere qualche goccia di Paradiso e disseminarla lungo il suo film. Ritorna l’idea dell’ontogenesi che ricapitola la filogenesi, ma stavolta in una forma del tutto esplicita: nel senso che il film in parte racconta – con una grande ellissi – la vita di un uomo dall’infanzia alla maturità, in parte racconta della nascita dell’universo e dell’evoluzione della vita sulla Terra, accumulando immagini di rara bellezza tanto nella prima quanto nella seconda linea narrativa. La stessa vita del protagonista è raccontata secondo una tecnica molto particolare che rappresenta un po’ lo stream of consciousness joyciano trasposto al cinema con finalità diverse: uno stile di regia estremamente fluido e “immanente” e la fotografia di Emmanuel Lubezki, concepita in esplicito rispetto della luce naturale dei singoli ambienti, fanno il paio con un montaggio completamente libero e sognante, che procede per associazioni di idee senza alcuna considerazione per la conseguenzialità narrativa.

Professione: Reporter
Torniamo al cinema italiano con Professione: Reporter, uno degli ultimi lungometraggi del grande regista ferrarese Michelangelo Antonioni, interpretato da un altrettanto grande Jack Nicholson. Quella di Professione: Reporter (The Passenger nella versione internazionale) è la storia beffarda di un teledocumentarista di nome David Locke che, trovandosi in Africa per un reportage, decide improvvisamente di cambiare identità e vita dopo che nel suo albergo muore un uomo fisicamente simile a lui. Un viaggio attraverso l’Europa lo porterà a conoscere una turista senza nome e senza valigia, interpretata da Maria Schneider, che accompagnerà Locke fino alla sua enigmatica morte in un secondo albergo nel cuore dell’Andalusia. Anche a prescindere dal piano sequenza finale, che da solo basterebbe a scriverci un libro, Professione: Reporter è un caso particolarmente raro e raffinato di cinema o “metacinema” che riflette su sé stesso nel modo più onesto e critico, mostrando anche, in diverse sequenze, i limiti stessi della concezione documentaristica del girare, e forse del cinema in senso assoluto. Particolarmente significativa in questo senso è la scena – una sorta di flashback – in cui Locke insiste per intervistare uno “stregone” africano facendogli domande involontariamente stereotipanti e quasi denigratorie, e l’uomo, per tutta risposta, ribalta la macchina da presa verso il suo intervistatore.

Nostra Signora dei Turchi
Primo di cinque film tutti altrettanto innovativi e dissacranti, Nostra Signora dei Turchi nel fatidico 1968 segnò l’esordio al cinema dell’attore teatrale Carmelo Bene. Tratto da un suo romanzo immaginificamente autobiografico già portato a teatro con i suoi attori di fiducia, Nostra Signora dei Turchi si presenta come un’operazione esplicita e godibilissima di “anticinema”, di cinema che si fa iconoclastia e disprezzo platonico dell’immagine in senso assoluto, fino ad arrivare a una sezione in cui la pellicola, la materia stessa del film, venne calpestata da Bene. Demolendo tutta la storia, la tradizione e la grammatica del cinema, contestandone il suo linguaggio e il suo statuto stesso di “settima arte”, Carmelo Bene nondimeno fa un grande cinema e, nel raccontare i deliri e la disindividualizzazione di un visionario pugliese con ambizioni letterarie calato in un tempo fondamentalmente sovrastorico, plasma uno dei film più indefinibili e avvincenti della storia del cinema italiano.

Immagine in apertura di Igor Ovsyannykov by Pixabay

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