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‘Il grande spirito’: la salvazione secondo Sergio Rubini

Sezione Regionale del Lazio

‘Il grande spirito’: la salvazione secondo Sergio Rubini

Il Grande Spirito

di Leonardo Rafanelli

Una Taranto segreta che sembra una terra di frontiera, le distanze che ci separano incarnate da due personaggi agli antipodi, e sullo sfondo quella via faticosa che da sempre conduce i più tenaci verso la salvezza. È un cinema di incontri, di scontri e di luoghi quello di Sergio Rubini, che torna a parlare del suo film Il Grande Spirito davanti al pubblico della rassegna Notti di Cinema a Piazza Vittorio. Si aggiunge così un altro nome di primo piano alla lunga lista dei big del cinema italiano, e non solo, che hanno incontrato il pubblico sul palco di questa manifestazione: nomi come Matteo Garrone, Abel Ferrara, Ivano De Matteo, Alex Infascelli, Mauro Mancini ai quali seguiranno anche Roan Johnson (giovedì 2 Settembre), Susanna Nicchiarelli (mercoledì 8 Settembre), Augusto Fornari (giovedì 9 Settembre).

Sergio Rubini ha presentato una pellicola che, nonostante i due anni trascorsi dall’uscita nelle sale, sembra cucita sull’oggi: un po’ perché la linfa che anima la vicenda del ladruncolo Tonino e del “Sioux” Renato è quella dei grandi temi senza tempo, che attraversano sia la Storia con la S maiuscola, sia le piccole storie quotidiane. Ma un po’ anche perché si tratta di una lettura del presente diversa, di uno sguardo particolare che comincia dall’ambientazione stessa.

“Taranto – spiega Rubini – è stupenda, bellissima e ha due mari: è come se Pisa avesse due torri, è come se a Roma ci fossero due San Pietro. Eppure è una città che è stata sterminata e che viene costantemente avvelenata dagli ‘yankee’ portatori di nuovi valori, che poi alla fine siamo noi. In più, è come se vivesse continuamente una pandemia. Infatti, quando ci siamo resi conto che il COVID rischiava di tenerci bloccati tutti quanti a casa, abbiamo cominciato a capire che invece bisognava comunque uscire, andare a lavorare: c’è una logica che va oltre la vita del singolo, e che supera il fatto che uno si possa ammalare e possa morire. Ecco, Per Taranto è la stessa cosa: è una città che quotidianamente deve fare i conti con il rischio di rimanere avvelenata dalle polveri, e deve farlo perché bisogna portare il pane a casa, far vivere le proprie famiglie. È una città sotto perenne ricatto, in questo senso. E la pandemia non è così dissimile”.

Il Grande Spirito

Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Ivana Lotito in una scena de Il Grande Spirito.

Non sono mai dunque semplici location, quelle de Il Grande Spirito: sono tetti, impalcature e vecchi portoni che interagiscono coi protagonisti determinandone obiettivi ed esistenze, così come faceva la frontiera coi pionieri. Qui però siamo apparentemente lontani dalla mitologia del West americano, che sembra vivere solo nell’immaginazione di Renato (Rocco Papaleo), uomo con problemi mentali che si fa chiamare “Corvo Nero” e che si crede un Sioux in perenne lotta contro gli yankee. In questo accampamento immaginario arriva Tonino (Sergio Rubini), criminale da quattro soldi in fuga col bottino dopo una truffa ai danni degli stessi membri della sua banda. Armato di una sorta di pragmatismo di strada, cerca inizialmente di trarre vantaggio dall’ingenuità di Renato-Corvo Nero, ma dovrà fare i conti con una via di fuga, materiale e non solo, che impone di colmare distanze e cambiare prospettiva.
“Questo è un film – continua Rubini – su un incontro, certamente, ma anche sulla fatica che bisogna fare per salvarsi. La salvazione, infatti, sta un po’ nel riuscire a vedere le cose da una prospettiva diversa. Magari dall’alto: un punto di vista che ci fa vedere tutto in modo differente, rispetto a quello che abbiamo quando siamo ‘dentro’ a ciò che ci accade. E per raggiungere questa altezza bisogna avere un po’ di tenacia, metterci un po’ di volontà, faticare”.

Del resto, la costruzione narrativa rispecchia il modo in cui i due protagonisti si pongono nei confronti del mondo che li circonda: Tonino da una parte, in fuga da vicende concrete e brutali, come il desiderio di vendetta dei compagni che ha tradito e come una ferita alla gamba che gli impedisce di allontanarsi. Dall’altra, invece, c’è il sedicente indiano “Corvo Nero”, che parla con l’ingenuità legata ai suoi problemi psichici, ma che vede proprio dove il protagonista non riesce a vedere. “Il matto – precisa Rubini – riesce a volte ad accedere con più facilità a cose che invece sono estremamente ragionevoli, che sono umane. Mentre noi umani, spesso, siamo pervasi da ideologie disumanizzanti che a un certo punto ci sembrano la realtà”.

Il Grande Spirito

Sergio Rubini, interprete e regista de Il Grande Spirito, qui in una scena del film, ha anche firmato la sceneggiatura insieme a Carla Cavalluzzi, Diego De Silva e Angelo Pasquini.

Tonino dovrà quindi accettare di aprirsi, di rischiare, e lo stesso dovrà fare Renato. Una “contaminazione” tra i due personaggi che riecheggia anche nei linguaggi con cui il film sceglie di portare avanti la sua storia, e che per Rubini è una scelta espressiva ben precisa: “Questo racconto – rivela – nella sua struttura più elementare, non è così dissimile da Il Sorpasso, ma all’impianto della commedia all’italiana volevo affiancare il racconto d’azione. A me piacciono le ibridazioni tra generi, non ne ho paura, per quanto non le vada cercando: racconto alla mia maniera, scegliendo le cose che mi sono rimaste dentro”.

E forse sta proprio in questa libertà espressiva e narrativa il segreto de Il Grande Spirito: un film che sa arrivare in profondità, spaziando tra note brutali, ironiche o incalzanti, senza mai far mancare una delicatezza di fondo che fa la differenza in ogni singola scena.

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