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Sale Cinematografiche © stefano scanu

Parole e immagini di Stefano Scanu

Kolmanskop è una città della Namibia, anzi era.
Pare che un certo Zacharias Lewala circa un secolo prima ci mise il cappello sopra dopo aver rinvenuto un diamante grosso come una patata; forse esultò più forte di quanto avesse programmato, fatto sta che nel giro di poco tempo arrivarono gli altri coloni tedeschi a fare buche nel deserto.

E mentre alcuni scavavano come cani da tartufo, altri respingevano le dune a badilate per costruire case, ospedali, stazioni tranviarie, sale da ballo e perfino cinema, tutto in perfetto stile architettonico tedesco, ormai più che una colonia nel Namib sembrava un villaggio dell’alta Sassonia. Poi a metà del secolo scorso si esaurirono sia i diamanti che l’entusiasmo e così come erano arrivati, senza troppe formalità, i febbricitanti cercatori se ne tornarono da dove erano venuti.

Oggi è ancora tutto uguale a come l’hanno lasciato, solo che montando lentamente come un’onda, il deserto si è ripreso ciò che era suo, ricoprendo ogni cosa: vasche da bagno che sembrano lettiere, impianti come arenili, pali elettrici infilati nelle dune manco fossero bastoncini del gelato, la platea del cinema ormai è scomparsa, soffocata, mentre la galleria aspetta il suo turno, ma soprattutto imposte semi sommerse dalla sabbia che impediscono di uscire o entrare, è come se la grande clessidra si fosse rotta riversando polvere su tutto. Da quelle parti il tempo che scorre ha preso peso e sostanza, a questo punto si misura a sacchi.

Roma non è mai somigliata tanto a Kolmanskop come in questi giorni, i mesi hanno lasciato il segno. Da Porta Pia, dalla Tuscolana, lungo le strade di Prati, di Ostiense, da viale Adriatico passando per viale Tirreno soffia il vento del Namib che deposita tonnellate di sabbia invisibile davanti alle porte d’ingresso dei cinema chiusi e sospesi, cristallizzandoli e silenziandoli in un lunghissimo fermo immagine che racconta come eravamo e cosa ci intratteneva oltre un anno fa, quando eravamo, per così dire, in una beata e ingenua incoscienza.

In tutta Italia nel 2020, circa 500 sale non sono state messe in condizione di riaprire al pubblico, nello specifico a Roma saranno oltre una ventina (1), e basta girare per le strade della città per rendersi conto che non esiste quartiere che non sia stato investito dalla tempesta. A visitarle una a una si fa un viaggio nel passato: le catene alle maniglie, la corrispondenza accumulata sotto la porta, le luci spente ma più di tutto le bacheche dei manifesti dove si sono conservati sotto vetro nomi, facce e titoli.

Qualcuno si è scollato collassando su se stesso, Castellitto si è accasciato sul fondo, Santamaria è raggrinzito per via del sole e la Buy sembra più agitata del solito. Sono stati coperti da annunci immobiliari, da avvisi anacronistici, da vecchie pubblicità strappate che imprimono un senso nuovo, come in un’opera di Mimmo Rotella: strati su strati di storie, una risma ritorta che mostra tutte le cicatrici.

Su una vetrinetta, sotto la scritta PROGRAMMAZIONE hanno incollato un menu dove fra tutte le scelte spicca una lasagna sbiadita + acqua a soli cinque euro, su un’altra Kim Rossi Stuart, Favino e la Ramazzotti scrutano in fondo all’orizzonte in cerca di quelli che credevano Gli anni più belli, intanto in un’altra teca Verdone, Tortora, la Foglietta e Rocco Papaleo gigioneggiano intorno al titolo cubitale, provano a stimolare chi li osserva, che insomma Si vive una volta sola, ma a guardarli bene, così smunti e intrappolati dentro alla cornice, ormai non sembrano crederci più nemmeno loro.

Dalla parte opposta della città Harrison Ford e il cane Buck sono stati messi in cattività dentro una teca di vetro e alluminio, il tanto genuino Richiamo della foresta è un miraggio, piuttosto se ne stanno imbambolati su una canoa in secca da oltre un anno aspettando che un po’ di pioggia filtri oltre il cristallo per poter riprendere a pagaiare.

E quando non sono offese o afflitte, le bacheche delle sale ci parlano, comunicano segretamente; dentro una vetrinetta multipla, fuori da un cinema nella parte nord di Roma, I predatori esasperati mostrano il dito medio al passante, proprio accanto al manifesto di Lacci dove Silvio Orlando, la Mezzogiorno, Lo Cascio e compagnia bella non hanno nemmeno più la decenza di guardarci dritto negli occhi, appena sopra invece la Golino si strugge mentre Accorsi ci prega di lasciarlo andare via di lì, e sarebbe ora.

E poi ci sono le bacheche vuote, vacanti, edicole votive sconsacrate in attesa che arrivi un’offerta o anche solo settembre, che poi è un po’ come gennaio, più mite e senza petardi ma sempre pieno di aspettative, di uffici che riprendono, scuole che riaprono, di palinsesti e programmi per il futuro o anche solo per la settimana.

Ci si potrebbe mettere in silenzio a guardare i cinema che dormono ancora, aspettando che riaccendano le luci e scaldino le macchine, si potrebbe fare un po’ di rumore gratuito o schiarirsi la voce per agevolare il risveglio, sperando che tra quelle decine di sale dormienti e malate, ce ne sia ancora qualcuna che dopo aver indugiato in un lungo sbadiglio, abbia forza e voglia di riaprire gli occhi.

Allora qualcuno si occuperà di curarle, di spolverare ogni vetrina, di spazzare via la sabbia da tutta la città, sala per sala, uscio per uscio, e lo seguirà il socio con un rotolo di manifesti nuovi sotto il braccio, pronti da affiggere per la nuova stagione, così sulle facce stinte del passato stenderanno quelle fresche di stampa di Vin Diesel, 9 volte più veloce e furioso di tutti, di Alessandro Borghi con baffoni a manubrio e cresta dentro al suo Mondocane, di Viggo Mortensen in Falling, di Toni Servillo struccato e ghignate nell’ultimo film di Martone e di tutta la Suicide Squad al completo.

E solo a quel punto si potrà parlare di risveglio, come se non fosse successo niente, anzi come se Zacharias Lewala avesse rinfilato quel grosso diamante a forma di tubero proprio lì dove l’aveva trovato mentre i suoi sodali, poco più in là, dopo aver coperto ogni buca, avessero iniziato a rimettere il deserto nella clessidra.

(1) Dati Cinetel, “Il cinema in sala 2020”.

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