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Pubblichiamo un estratto dal libro di Marcello Garofalo Il cinema è mito. Vita e film di Sergio Leone, uscito per minimum fax: ringraziamo editore e autore.

di Marcello Garofalo

In Italia alla fine degli anni Sessanta si vendono annualmente circa seicentocinquanta milioni di biglietti (contro i trecento milioni della Germania Occidentale e della Gran Bretagna). Una grossa parte di questi incassi va al prodotto nazionale che, sugli altri, privilegia il genere della commedia. Il fenomeno è talmente vistoso da far scattare un interesse immediato nei produttori hollywoodiani, i quali intanto stanno registrando più perdite che profitti. Jack Valenti, amico di Johnson e presidente dei produttori cinematografici degli Stati Uniti, dichiara nel 1967: «Gli italiani sono uomini di spettacolo nati. Non sono scoraggiati quanto i tedeschi o i francesi. E non hanno neppure perso il fiato come molti di noi dopo venti anni di telefilm. Hanno furbizia e talento. Conviene lavorare con loro».

Intanto un alto dirigente della Gulf and Western (Paramount) vede a Parigi l’ultimo film di Leone e resta oltremodo impressionato non solo dallo stile di questo regista italiano, ma anche dalle reazioni entusiastiche del pubblico in sala. Immediatamente prende contatto con il regista e gli domanda se è interessato a realizzare un film per la major americana; Leone è ovviamente felicissimo dell’investitura e propone C’era una volta l’America, una libera trasposizione del libro di Harry Grey. Ma c’è un equivoco di fondo: la Paramount non è interessata a un film di Leone, bensì a un western di Leone.

Considerato che la major gli lascerebbe carta bianca, senza neanche leggere la sceneggiatura, Leone non può rifiutare e deve allora soltanto pensare come poter riaprire un discorso che considerava chiuso per sempre. Il genere in Italia è stato oggetto di un tale sfruttamento da scoraggiare qualsiasi iniziativa: «Quando il titolo del film Se incontri Sartana digli che è un uomo morto viene travisato dal pubblico in Se incontri Sartana digli che è uno stronzo, significa che il genere era già smitizzato, che il pubblico è stanco, si è scocciato».

E dopo le parodie esplicite firmate da Michele Lupo (Per un pugno nell’occhio, 1964) e da Mario Mattoli (Per qualche dollaro in meno, 1966), nel 1967 appare anche la terza, Il bello, il brutto, il cretino, diretta da Gianni Grimaldi e interpretata in maniera più che mai svogliata da Franchi e Ingrassia. Il pubblico sembra davvero essersi saturato di pistolettate e cappelloni, nostrani e non, più o meno satirici o truculenti. Perfino Massimo Dallamano, ex direttore della fotografia dei primi due capitoli della trilogia leoniana, si cimenta nella regia (1967) con un western di produzione italo-spagnola dal titolo sufficientemente «assurdo» Bandidos. Crepa tu… che vivo io, interpretato da Enrico Maria Salerno (già doppiatore di Eastwood per Leone).

Un fatto singolare è che nel 1967 Leone interpreta un ruolo cameo –  un barista tanto canuto quanto improbabile – nel film western (peraltro a lui dedicato) del suo amico Robert Hossein, dal titolo Cimitero senza croci (Une corde, un Colt), uno dei pochi western concepiti e realizzati in Francia, coprodotto dalla Fono Roma e cosceneggiato da Dario Argento, insieme a Hossein e a Claude Desailly. Il film, accanto ai protagonisti Hossein e Mercier vede la partecipazione anche di alcuni volti noti del nostro cinema di genere: Guido Lollobrigida, Ivano Staccioli e Daniele Vargas. Il commento di Leone in merito alla sua partecipazione sarà spietato: «Quando mi sono rivisto, ho deciso che non avrei ripetuto l’esperienza: recitavano meglio i cavalli!»

Al di là del «gioco» e dei problemi legati al genere che egli stesso ha portato al successo, Leone avverte la presenza importante di un nuovo tipo di cinema, nato al di fuori delle consuete strutture produttive, che preannunciava l’inquietudine, la rabbia, lo spirito di ribellione che di lì a poco avrebbero animato la contestazione studentesca (I pugni in tasca e La Cina è vicina di Marco Bellocchio sono rispettivamente del 1965 e del 1967) e di una cosa è sicuro: il suo nuovo western non può essere affidato alla scrittura dei suoi precedenti collaboratori, ma in qualche modo deve scaturire da menti giovani, dotate di fresco entusiasmo.

I nomi sui quali decide di puntare sono due: Dario Argento, collaboratore di Paese Sera in qualità di critico prima cinematografico, poi musicale, nonché cosceneggiatore del citato western di Hossein, e Bernardo Bertolucci, giovane regista già aiuto di Pasolini per Accattone, autore di due titoli apprezzati dalla critica, La commare secca (1962) e Prima della rivoluzione (1964), quindi cosceneggiatore per Gianni Puccini del film (una parodia del genere noir) Ballata da un miliardo (1966).

Bertolucci ricorda: «Il trattamento era innanzitutto molto lungo, circa trecento pagine, e dettagliato. Riuscii a convincere Sergio che protagonista del film poteva essere una donna e mi divertii a inserire un quantità enorme di citazioni da altri film… Mi piaceva molto l’idea che un regista con le qualità di Sergio potesse, magari senza saperlo, fare delle citazioni. Non ho mai capito fino a che punto lui fosse “inconsapevole” […] Sia io che lui abbiamo opposto una reazione al mito del neorealismo. Il fare riferimento al cinema non era una caratteristica di molti altri registi italiani. Il rapporto con i modelli – e penso ovviamente, soprattutto, al cinema americano – è in qualche modo visibile sia nel mio cinema, che in quello di Leone […] Io credo che una delle ragioni per cui i film di Sergio Leone sono belli è che lui li faceva mantenendo la stessa memoria di quando andava a vedere i film di Ford… Nella sua rielaborazione, Sergio regista non ha mai perso lo stupore e l’incanto di Sergio bambino. «Gli piaceva molto l’aspetto ironico nelle situazioni più disparate, connotative, sentimentali, drammatiche… Ricordate l’arrivo di Claudia Cardinale alla stazione? Nel trattamento era scritto che Jill doveva apparire elegantissima, per la prima volta, quando scendeva dal treno. Bene. Sergio aggiunge: “Dettaglio scaletta, piedi in campo. La macchina da presa viene coperta dalla gonna. Fondu nero e scopriamo… che non c’ha le mutande!”

Un’altra scena doveva essere ambientata in un casino con l’eroe
che dice alla ragazza di massaggiargli i piedi. E Sergio concludeva la scena con l’eroe che piano piano si addormentava!…»

Le riunioni dell’insolito trio durano circa venti giorni e si svolgono come un match tra cinefili, prendendo come materiale tutti i miti consolidati del western tradizionale: il vendicatore, il bandito romantico, il ricco proprietario terriero, l’uomo d’affari criminale, la prostituta. Partendo da questi simboli, Leone conta di mostrare la nascita di una nazione.

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