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di Jacopo Abballe

I primi tempi degli anni ’70 sono anche quelli dei film sulle vampire. Sensuali, pericolose, lesbiche: queste donne fatali hanno lasciato un segno indelebile sul collo del cinema. E se gli esempi più ricordati sono probabilmente quelli diretti da Jesús Franco e Jean Rollin, c’è bisogno di riservare uno spazio a sé per Les lèvres rougue (“Le labbra rosse”, ma in Italia il film uscì come La vestale di Satana). Gli elementi del genere ci sono tutti: ambientazione lussuosa, menage a trois, costumi sensuali, tonalità scarlatte, ma anche sperimentalismo tecnico, raffinatezza estetica.

Difficile capire perché il film di Harry Kümel funzioni tanto bene, a tal punto da emergere su molti simili. Forse perché le immagini di Les lèvres rougue operano sugli spettatori così come la contessa protagonista sulle sue vittime. E, impotenti, scena dopo scena, non possiamo far altro che lasciarci sedurre dal rosso delle labbra, dall’eleganza degli ambienti, dalla sensualità dei corpi, dalla tensione negli sguardi.

Tutto quel che vediamo ci attrae, anche quando fa paura. È questo un film che accarezza la perfezione, con i suoi tempi giusti, il ritmo lento, i dialoghi ben scritti e mai pomposi. Tre momenti, poi, si stagliano sugli altri per l’uso originale di un’insolita dissolvenza al rosso.

La prima notte in hotel della contessa Elisabeth Bathory e della sua assistente Ilona è chiusa da un gesto delicato: la bella Ilona scioglie il suo foulard rosso e lo lascia posare sull’abat-jour. La luce cambia e la stanza assume un tono romantico. Ilona, seduta sul pavimento, è accarezzata dalla sua padrona. Si prospetta forse una notte passionale per le due, ma il rosso che divora lo schermo ci avverte anche di altro: il loro arrivo all’hotel, il loro ingresso nel racconto, e la promessa del sangue.

E non a caso, nella scena immediatamente successiva, Stefan si taglia con il rasoio, proprio sul collo. Un altro punto di interesse va ricercato nel rapporto mancato tra i due sposi novelli, quando l’attrito sessuale viene seguito dagli sguardi di Bathory e Ilona attraverso una tenda blu e semitrasparente.

La contessa sanguinaria ammira assettata la coppia, sicuramente soddisfatta del loro conflitto, perché in parte da lei provocato. Una nuova dissolvenza al rosso chiude la scena sul suo sguardo, forse a simboleggiare la sua sete, o come nuovo monito dei pericoli incombenti. Lo schermo rosso, infatti, segnala un punto di svolta nella vicenda, quello che vede Stefan e sua moglie Valerie ormai vittime di un gioco perverso.

L’ultimo momento, altrettanto efficace, è quello finale. Valerie, forte dell’eredità lasciata dalla contessa, si allontana dalla macchina da presa con due future vittime, una coppia ignara del suo male. La vampira neofita stringe  gli amanti a sé e li copre con il mantello. Il rosso conquista di nuovo il quadro, adesso per l’ultima volta, e non solo come monito di una svolta narrativa importante, ma innanzitutto per simboleggiare il sangue che continuerà a scorrere, la morte che si tramanda, in un ciclo senza fine, per l’eternità. Altri simboli decisamente più immediati punteggiano il racconto: una maniglia dalle fattezze falliche, fulmini e onde anomale accompagnano una notte di violenza, una cloche forzata sulla testa si Stefan, ormai ridotto a pietanza prelibata per moglie e contessa.

Ma l’inquadratura più ammaliante, iconica e poetica, non può che restare quella ambientata sulla spiaggia, di notte. “Ho tanto freddo” dice Valerie, “Il sole sorgerà tra qualche ora” risponde Bathory, che solleva le braccia, dischiude il mantello scuro, e rivela ali da pipistrello. Lo zoom indietro, un abbraccio sinistro per proteggersi dal gelo, l’oscurità di un effetto notte. Ma è inutile descriverlo. Bisogna vederlo.

 

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