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di Stefano Romiti

Nel deserto culturale provocato dalle misure di contrasto alla pandemia, con cinema, teatri e auditorium inesorabilmente chiusi, alcuni musei, nonostante aperture a singhiozzo e orari ridotti, sono una piccola oasi.

Tra le sculture antiche della collezione permanente di Palazzo Altemps a Roma, i colori delle magnifiche tele di Alberto Savinio entrano in scena grazie alla mostra da poco inaugurata Savinio. Incanto e mito (Palazzo Altemps, piazza S. Apollinare 46, fino al 13 giugno).

Molto si è scritto su questo artista e sulla sua personalità poliedrica: nato ad Atene nel 1891 e scomparso a Roma nel 1952, Andrea De Chirico (questo il suo vero nome, era il fratello minore di Giorgio De Chirico) è stato uno dei nostri intellettuali più indipendenti e “internazionali”, per quanto non sufficientemente apprezzato in patria: Sciascia lo definisce «lo scrittore italiano per gli italiani più “straniero”».

Come pittore Alberto Savinio è stato messo in ombra non tanto dal famoso fratello, esponente della ben nota pittura metafisica, quanto probabilmente dalle caratteristiche stesse della sua arte, poco incline a lasciarsi classificare: una personalissima, ironica e vivacemente surreale visione del mondo, ricca di rimandi al mondo classico e a quello dell’infanzia, entrambi irrimediabilmente perduti. A più di quarant’anni dalla precedente mostra nella capitale, oggi possiamo ammirare questi mondi fantastici e lontanissimi attraverso più di 90 opere, la maggior parte degli anni ’30, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private.

D’altra parte, come scrittore, dopo una certa riscoperta tra fine anni ‘80 e primi anni ’90, grazie anche alla casa editrice Adelphi che ne ha pubblicato le opere in magnifiche edizioni, la sua conoscenza è limitata oggi a pochi appassionati, mentre il suo nome è pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Come se non bastasse, a queste due colonne portanti del suo lavoro, l’arte  e la letteratura, Savinio ha affiancato una instancabile attività di giornalista e critico musicale, teatrale e cinematografico, scrivendo per decenni su giornali e riviste non solo italiane. Un materiale magmatico e ricchissimo, molto prezioso ma difficilmente accessibile per la sua stessa natura in qualche modo effimera.

Se per la critica teatrale e musicale sono state pubblicate delle ottime raccolte in volume (rispettivamente Palchetti romani, Adelphi e Scatola sonora, Einaudi), i riferimenti, le annotazioni e gli interventi critici sul cinema restano per lo più dispersi: una indispensabile raccolta è costituita da un introvabile volume, curato da Vanni Scheiwiller ormai una quarantina di anni fa, dall’evocativo titolo di Sogno meccanico.

Nella introduzione ai testi saviniani, Mario Verdone afferma che la discussione sul cinema non è affatto un elemento secondario della sua riflessione: anzi, scrive lo studioso, “si finisce per restare sorpresi dall’abbondanza e intensità dei suoi rapporti – a prescindere dalla frequentazione o meno dell’industria del film – col mondo dello schermo; e ci si domanda perché, allora, non se ne sia fino a oggi quasi fatta parola, giacché tre almeno sono i campi nei quali risulta presente: soggetti per film; scritti di riflessione teorica; recensioni critiche”.

Vale la pena riportare allora alcune di queste riflessioni, in particolare quelle pubblicate sulla rivista «Galleria» tra il gennaio e il marzo del 1924, che illuminano anche la sua concezione dell’arte:

«Il cinematografo anzitutto costituisce una giustificazione per quanto innocente e grossolana, dell’arte quale noi l’abbiamo sempre intesa e propugnata, l’arte non come specchio diretto della realtà, ma come riflesso lontano e mnemonico di quella. Il cinematografo in questo si avvicina non poco agli spettacoli che vediamo nel sogno: azioni che si svolgono indipendentemente dalla nostra volontà e dal nostro desiderio, avvolte nello stesso silenzio, bagnate di una luce altrettanto sottile che penetra uomini e cose fino a renderli trasparenti, denuda a tal segno la realtà da farla apparire inverosimile.

Il torto più grave che si possa fare al cinematografo è nel considerarlo, come generalmente si fa, quale una riproduzione esatta della realtà, o per meglio dire di quella realtà superficiale e cutanea che ognuno avverte, e dietro la quale si crede non esservi se non il buio e il vuoto.

Il cinematografo è invece un terribile svelatore di segreti, incosciente e perciò crudelissimo.

Il cinematografo è una mitologia in atto: tanto più accettabile, in quanto non è confinata necessariamente in un tempo mitologico. Questa è appunto la magia del cinematografo: del mostrarci i nostri stessi contemporanei, in un aspetto di primitività attuale».

Parole nettissime, rivolte a quella che, nel 1924, era ancora “un’arte bambina” ma di cui Savinio aveva già individuato alcune caratteristiche per così dire metafisiche, evitando di svilire il nuovo linguaggio a semplice opportunità di documentazione della realtà. Fa impressione notare come queste note siano state scritte prima della pubblicazione del Primo manifesto del Surrealismo di André Breton: in anticipo su questa opera fondamentale, Savinio riconosce al cinema quella volontà di indagare “la regione delle verità nascoste” che sarà caratteristica fondamentale dell’arte surrealista. Così come non è possibile ignorare che la definizione del cinema come “mitologia in atto” si attaglia perfettamente a molte delle sue opere su tela.

Più avanti, all’inizio degli anni Cinquanta, Savinio chiarirà la sua interpretazione personale del Surrealismo: “Quanto a un surrealismo mio […] come molti miei scritti e molte mie pitture stanno a testimoniare, non si contenta di rappresentare l’informe e di esprimere l’incosciente, ma vuole dare forma all’informe e coscienza all’incosciente”.

Ma c’è molto altro: egli è probabilmente il primo scrittore italiano a utilizzare gli strumenti compositivi del cinema nella stesura di un’opera letteraria. Nel 1927, infatti, Savinio pubblica un romanzo breve, Angelica o la notte di maggio, il cui procedimento di composizione letteraria è direttamente ricalcato sul linguaggio cinematografico:

«Gira l’interruttore. Buio, Rumore di macchina. Sullo schermo sfilano via le campagne della Normandia, il Belgio piovoso, la Germania sotto la neve, gli abeti neri dell’Austria, le prime case di una città: Vienna!». Più avanti il protagonista, il barone Felix von Rothspeer, e il suo segretario, Arno Brephus, «lottano in silenzio, col rallentatore, come se si amassero con studio».

Il meccanismo cinematografico non potrebbe essere più esplicito, ma l’intera opera, come scrive Auro Bernardi, “è percorribile in tutte le direzioni, è un antiromanzo apparentemente libero da vincoli strutturali e prossimo alla scrittura automatica dei surrealisti, eppure sorvegliatissimo, come appunto è il montaggio di un film”.

Dopo alcuni anni passati a Parigi, al centro di una scena artistica di respiro internazionale, nel 1933 Savinio torna definitivamente in Italia. Titolare di una rubrica cinematografica su diversi periodici, egli non può che constatare come Italia, con il fascismo al potere, il clima in patria si sia fatto provinciale e si stia avvitando verso la restaurazione, seppure come pittore non sia mai detto contrario al “ritorno all’ordine”, dopo la rivoluzione delle avanguardie storiche, e anzi ne abbia propugnato la necessità attraverso le pagine di Colonna, la rivista da lui stesso fondata e diretta.

Ma in campo cinematografico Savinio non riesce a sopportare il naturalismo, la commedia borghese, il dannunzianesimo imperante nella maggior parte delle pellicole destinate al grande pubblico. Il suo giudizio è sferzante, e come al solito molto divertente:

«Si ha l’impressione, assistendo alla proiezione dei film generati da Cinecittà […] di trasvolare in un mondo irreale, nel quale la celluloide non entra solamente nella composizione chimica della pellicola, ma anche nella sostanza fisica dei personaggi e in quella morale, e nella formazione dell’ambiente; la quale impressione non viene soltanto dall’essere in quello strano mondo celluloideo tutti gli apparecchi telefonici di un biancore immacolato, tutte le abitazioni di un fiabesco pompeismo novecento, tutti i personaggi sciolti come per magia da ogni preoccupazione e problema di vita e tutti egualmente immersi in una dolce stupidità di pollo; ma viene pure dal linguaggio stranamente filtrato che usano quei personaggi, i quali non aspettano ma attendono, non arrivano ma giungono, non mandano ma inviano, non comprano ma acquistano, e per i quali la donna non è mai Essa ma Ella».

Savinio non tarda ad accorgersi della ambiguità di fondo della settima arte, che non è solo il risultato di un afflato artistico ma anche un prodotto industriale fortemente condizionato dal mercato della cultura di massa:

«Che il cinematografo contenga in sé un destino proprio e alto, era apparso nel cinematografo primitivo, e io lo ricordo bene. Poi il cinematografo fu sopraffatto dalle ragioni dell’industria e del commercio, e si ridusse alle condizioni di romanzo a dispense proiettato e semovente in cui si giace oggi» scrive, lapidariamente, nel 1948.

L’attività critica di Savinio, concludendo, si è svolta secondo due direttrici fondamentali. La prima è la segnalazione della qualità: il recensore deve contribuire a diffondere la conoscenza delle opere di cui scrive trasmettendone l’emozione estetica, per usare un’espressione di Maurizio Calvesi. La seconda è la componente creativa della critica, quella sorta di sconfinamento verso un orizzonte nuovo, “una linea perduta di limite e d’invito” per citare ancora Calvesi. In una recensione musicale Savinio è ancora più esplicito: “Chi ha detto che la sola funzione della critica è di criticare? La critica ha una funzione molto più importante, che è di inventare”.

Nelle illuminanti parole di Eugenio Montale, più che di pensiero critico, nel caso di Savinio si tratta di “pensiero-sentimento”, cioè di una “somma di simpatie e antipatie che valgono in quanto pretendono di rappresentare un momento obiettivamente certo e fondato del gusto attuale.

Il suo fondo migliore era quello dello scrittore d’invenzione e del critico umorale, dell’essayst pieno d’invenzioni sorprendenti e illuminanti. Alberto Savinio è stato uno dei migliori scrittori del nostro tempo, uno scrittore da antologia in tutti i sensi: perché ha lasciato pagine perfette e perché queste pagine han tutto da guadagnare a essere scelte e ordinate da un altro”.

 

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