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Conversazioni su Favolacce

Pubblichiamo un estratto del libro Conversazioni su Favolacce, edito lo scorso maggio da Artdigiland, che ringraziamo. Il libro, a cura dello studioso di cinema e filosofia Ludovico Cantisani, è un’esplorazione a tutto tondo di Favolacce dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, pluripremiato ai Nastri d’Argento, con interviste ai registi, al cast e a tutti i principali “tecnici” che hanno collaborato alla realizzazione del film (tra i quali anche il direttore della fotografia Paolo Carnera e il costumista candidato agli Oscar Massimo Cantini Parrini), illustrato da foto di set e disegni originali dei D’Innocenzo. Quello che segue è un estratto di Sognare di vivere, il saggio di Cantisani che chiude il libro.

“I nostri veri padri/Chi ce li ridà?/Meglio nulla/Che ereditare/Aridità”. Queste strofe le cantava il rapper romano Rancore nel suo brano più celebrato, S.U.N.S.H.I.N.E., uscito in un 2015 quando l’exploit di Fabio e Damiano D’Innocenzo con la loro opera prima La terra dell’abbastanza era ancora lontano di due anni. Sei anni e una pandemia dopo, questi pochi versi hanno mantenuto il loro impatto e la loro attualità. Nel mezzo, a febbraio 2020, è successo un fatto piccolo, ininfluente da una prospettiva macrologica eppure profondamente affascinante, se inquadrato da certi punti di vista: Favolacce, l’opera seconda dei fratelli D’Innocenzo, è stata presentata a Berlino, vincendo il premio per la migliore sceneggiatura, il primo di una lunga lista di riconoscimenti tributati al film e ai suoi due autori.

fratelli D'innocenzo © Alain Parroni
I fratelli D’Innocenzo in un ritratto di Alain Parroni.

Ciò che Favolacce ha saputo fare, forse inconsapevolmente, ma con una terribile precisione, è stato cogliere una dissonanza, mettendo insieme in una forma diretta e assoluta una serie di temi – l’infanzia, la genitorialità, il lavoro, la periferia quale essa è realmente – talmente generali da non essere mai, almeno in questi termini, nell’ordine del giorno di nessuna discussione, politica, social o chiacchiera da bar che sia; e una simmetria non priva di fascino ha voluto che la sua presentazione a Berlino coincidesse con la diffusione del Coronavirus dalla Cina a tutto il mondo, rendendo realtà quella sensazione metaforica di contagio e contaminazione che Favolacce sembrava voler ritrarre in tempi non sospetti. Viviamo in un’epoca senza definizioni, condizione febbrile che la pandemia ha ulteriormente acuito. Se, a cavallo fra le due guerre, La Terra Desolata di T.S. Eliot coglieva anche da un punto di vista stilistico lo stato di uno Zeitgeist che, nella confusione prodotta dal crollo concettuale degli ideali e dal collasso materiale di un’Europa provata da un conflitto mondiale e pronta a rigettarsi in un secondo, noi non abbiamo più neanche quello. In un certo senso, non abbiamo più neanche i conflitti. E per raccontare un mondo senza definizioni e in costante divenire, più che la letteratura o la saggistica è il cinema, l’arte del movimento per eccellenza, a prestarsi allo scopo.

Il fatto è che Favolacce è un film bello e originale; è più originale che bello, ma è anche profondamente bello. Da un certo punto di vista un po’ egoistico un po’ campanilistico, è una profonda boccata d’aria per il cinema italiano. A un anno dalla sua uscita l’opera seconda dei fratelli D’Innocenzo continua a interpellare il suo pubblico con una serie di domande: narrative, innanzitutto, in virtù o per colpa dei suoi piccoli enigmi, delle sue volute cifratezze; sociologiche, anche, nel senso alto e non scontato del termine, grazie a una rappresentazione di una “periferia” che non è mai veramente tale; esistenziale, perché rappresentazione di un disagio particolarissimo eppure diffusissimo, ed esente – appunto – da ogni chiara definizione; psicologica, anche psicoanalitica in qualche modo, perché ben pochi film hanno saputo trasmettere bene allo spettatore la sensazione di un’Infanzia – con tutte le sue contraddizioni, i suoi complessi, la sua sessualità aurorale, la sua visceralità senza compromessi – quanto Favolacce. Ma il secondo film dei fratelli D’Innocenzo pone anche delle scomode questioni generazionali, circa il confronto padri e figli, ed è significativo riscontrare come l’età anagrafica dei suoi due autori, che hanno diretto il film a 31 anni ma l’hanno scritto a 19, li collochi in un certo senso come due “non-più-(solo)-figli” e “non-ancora-padri”; e sviscerandolo, scavando nei suoi sottotesti ma non troppo in fondo, Favolacce contiene anche un significato politico, mai banalizzato. In ultimo, quel che da un certo punto di vista più conta, Favolacce pone una serie di questioni linguistiche e semiotiche, sia per quanto riguarda la sintassi e la modalità del racconto cinematografico, sia per quanto concerne invece la narrazione tout court.

Favolacce disegni dei Fratelli D'Innocenzo
Il volume Conversazione su Favolacce, edito da Artdigiland, è illustrato da foto di set e disegni originali dei fratelli D’Innocenzo.

Rappresentazione di una terra desolata proprio verso coloro che, in quanto figli, dovrebbero essere la sua maggiore fertilità e promessa di futuro, Favolacce è una sfida, quasi una provocazione, con la sua attualità sconcertante e la sua archetipicità contaminata fin dal titolo. Anche e soprattutto, per restare in quell’immaginario scolastico-preadolescenziale che ne è alla base, Favolacce è in senso lato un’interrogazione. Controinterrogare un’interrogazione può essere un gesto azzardato, ma può rappresentare anche una mossa tattica per svaligiarle – solo in parte – il segreto di una risposta.

Film liminare, come abbiamo visto, Favolacce si muove amabilmente su diverse linee di confine: innanzitutto, nel confine tra infanzia e adolescenza, al punto che i piccoli protagonisti del film possono essere chiamati alternativamente “bambini” o “ragazzini” senza che nessuna delle due definizioni sia più giusta dell’altra; di base, frequentano le medie, sono dei pre-adolescenti a cavallo fra le età. In seconda battuta, come già si è analizzato Favolacce si muove lungo un crinale sospeso fra realismo e favola (o fiaba), tra reale e fantastico: non è realismo magico, non è un’edificante allegoria, al più Favolacce può essere accostato, per come gioca col reale trascendendolo, a certa poesia e al famoso strumento poetico del correlativo oggettivo, grazie al quale il più piccolo dettaglio viene ribaltato ad esprimere la più ineffabile universalità e, pur non perdendo un grammo della sua concretezza materiale, anche un oggetto banalissimo come un osso di seppia o una trave di legno percorsa da una manciata di formiche si riveste di un valore metaforico, quasi sacrale. La terza linea di confine che Favolacce e in parte già La terra dell’abbastanza colgono e violano è quella fra periferia e città, un confine tanto cinematografico, in virtù dell’insistenza con cui il cinema italiano si è voluto concentrare e imprigionare sulla rappresentazione di una certa periferia, quanto più di ogni altra cosa sociologico.

Rispetto all’ambientazione Favolacce, i primi ad avere le idee chiare sono i D’Innocenzo stessi: la periferia, per come si sono espressi in un’interessante intervista con Teresa Ciabatti, è di fatto “una semplificazione”. E già per la loro opera prima La terra dell’abbastanza avevano ricevuto la benedizione e il plauso di Goffredo Fofi, intellettuale la cui attenzione è rivolta tanto al cinema quanto ai cambiamenti della società contemporanea nel suo complesso: nella loro opera prima, rimarcava Fofi recensendo anche Favolacce, “come pochi altri registi contemporanei i D’Innocenzo avevano costruito la loro storia con sguardo da sociologi, in un paese dove la sociologia sembra defunta”. La questione qui non è tanto quanto il cinema possa farsi sociologia, quanto si possa parlare di “cinema del reale” a proposito di Favolacce: la vera questione e il vero punto è evidenziare quanto, in una rappresentazione sommamente scenica e filmica, i D’Innocenzo hanno saputo rappresentare in maniera chiara ma mai esplicatrice, una realtà umana e sociale nei confronti della quale il cinema italiano era andato più volte incontro, ma mancando quasi sempre l’obiettivo, inciampando metaforicamente in una rappresentazione delle periferie e delle marginalità spesso costruita a tavolino. “Evadendo dalla sociologia”, come dicevano di voler fare in una loro intervista a TaxiDrivers, i fratelli D’Innocenzo la riscattano, creando uno spazio sociale filmico con una precisione unica nei confronti di un reale “sognato”, ma non per questo meno vivo.

È nello stupore che si risolve Favolacce, stupore dislineare e ambivalente che avvolge lo spettatore mentre gli scorrono davanti agli occhi frammenti di vita. È sullo stupore che si trova finalmente il segreto di quella consonanza unica che il film dei fratelli D’Innocenzo sa creare fra lo sguardo attivamente assunto dalla macchina da presa – che generalmente è, come già detto, quello dei bambini – e lo sguardo passivo ma vigile dello spettatore. Favolacce in fondo è l’inaspettato: una favola straniante, a tratti allegorica, apparentemente fuori dal tempo, che condensa tutta una lunga serie di pulsioni, della nostra società, in un racconto geograficamente ben connotato e al tempo stesso neutro che nella sua assolutezza si rivolge a tutti. Universale eppure particolarissimo, Favolacce è esattamente quello che mancava al cinema italiano dei nostri giorni, quello che non sapevamo di aspettare. La dimostrazione della forza ancora viva dell’archetipo, ma anche di un suo superamento, della sua contaminazione.
“Case/Chiusi in case/Eppure aumenta/L’insicurezza/E si ruba/L’identità”, era un’altra delle lucidissime strofe che il rapper romano Rancore cantava nella canzone che già citavamo all’inizio del saggio, per poi aggiungere, pochi versi dopo: “Dai, come vivi senza colpevolezza/se hai consapevolezza della realtà?”. È – può essere – questo l’assunto finale di Favolacce, una presa di responsabilità, qualcosa di raro, in questi tempi fluidi – eppure è questo ciò che un film tanto moderno esprime, pare esprimere. Non dare risposte secche, soluzioni da bugiardino, è l’essenza e la specificità del cinema. Scrutare, più che osservare. Mostrare, più che analizzare. Rimuovere piano piano la non-immediatezza tra l’atto del filmare e il momento del “restituire” quanto filmato, si potrebbe arguire. Favolacce sembra cogliere bene l’essenza ultima del cinema e, pur nella tensione letteraria che dimostra con gli echi a Carver, a Calvino, a Rodari, sa soprattutto sfruttare le specificità del mezzo filmico, per sorprendersi e per sorprenderci. I D’Innocenzo con Favolacce hanno saputo costruire un mondo per poi distruggerlo – per poi crearne un altro, con questo America Latina attualmente in preparazione. In attesa che il loro terzo film esca, Favolacce resta come testimone di una presa di responsabilità, tanto nei confronti del reale, quanto nei confronti di un cinema quanto mai da svecchiare. Testimone di una consapevolezza accentuata del reale, di una contaminazione fertile. E, al di là del velo del cinismo e dell’apparente vuoto che nullifica gli spazi e le persone, di una purezza, quasi – di una poesia.

Conversazioni su FavolacceConversazioni su Favolacce
a cura di Ludovico Cantisani
con foto e di set disegni di Fabio e Damiano D’Innocenzo

Artdigiland 

Pagine: 215
Pubblicazione: 2021
Prezzo: 24,90 euro

 

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