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Freaks Out di Gabriele Mainetti

di Leonardo Rafanelli

Quella di Gabriele Mainetti, ormai è chiaro, è una partita dove si giocano poste alte. Un cinema che esce dai canoni classici della produzione nazionale, per sfidare a testa alta i “supereroi” del botteghino, senza però abbandonare una raffinatezza narrativa e visiva che fa parte della nostra tradizione. Lo avevamo visto con il superman in salsa romana di Lo chiamavano Jeeg Robot. Ma se con quel primo lavoro si cercava un po’ di sperimentare, sondando non senza coraggio il terreno, con il suo nuovo film, Freaks Out, Mainetti compie un passo radicale, a tratti spregiudicato, decidendo di spingere fino in fondo sull’acceleratore.

Stavolta siamo di fronte a una storia ampia, che spazia tra generi e forme di racconto, senza però temere di porsi come film di supereroi a tutti gli effetti. Con tutto ciò che questo comporta: spettacolarità, figure archetipe, tanta azione e sforzo produttivo consistente.

La vicenda è quella di quattro “fenomeni da baraccone” che lavorano in un circo itinerante nell’Italia lacerata dalla seconda guerra mondiale. Non si tratta però di quattro artisti circensi qualsiasi: ciascuno di loro ha effettivamente poteri straordinari.

Fulvio (Claudio Santamaria) è una sorta di uomo lupo ricoperto di peli e dotato di una forza sovrumana. Cencio (Pietro Castellitto) è una specie di “domatore” che può controllare gli insetti. Mario (Giancarlo Martini), è un nano con poteri magnetici, e Matilde (Aurora Giovinazzo) sprigiona elettricità dal suo corpo, al punto che nessuno può toccarla senza rischiare la vita.

Non amano le loro doti, che li costringono a isolarsi dal resto del mondo vivendo come reietti. Ma a prendersi cura di loro c’è il proprietario del circo, l’ebreo Israel (Giorgio Tirabassi), che si pone come un vero e proprio padre. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, tuttavia, verrà rapito durante un rastrellamento, costringendo i quattro protagonisti a mettersi sulle sue tracce e a scontrarsi col nazista Franz, anche lui proprietario di un circo e dotato di poteri: è nato infatti con sei dita per mano che lo rendono un pianista impareggiabile, ma soprattutto può prevedere il futuro e con esso la sconfitta di Hitler, che lo spinge alla ricerca di altri “superuomini” nel tentativo di rovesciare le sorti della guerra.

Il sottotesto legato alla dinamica circense amalgama un mix solo in apparenza surreale ed eterogeneo. E in questo senso la scommessa di Mainetti è vinta fin dai primi fotogrammi, con Israel che guarda in camera e dà il benvenuto allo spettatore in una narrazione cinematografica che si fa spettacolo e meraviglia, e che però lascia alla fine della visione il rimpianto per un film che fa 30, e che per pochissimo non riesce a fare 31.

Volendo partire dagli innegabili pregi della pellicola, c’è innanzi tutto quello di saper appunto gestire elementi radicalmente diversi dando vita a un insieme che funziona, sorprende e conquista anche come esempio di cinema supereroistico tout court. La suggestione del circo è la chiave di volta che permette di unire i personaggi coi superpoteri, l’ucronia che si inserisce tra le pieghe della storia d’Italia, le citazioni pop, le incursioni nella romanità e le emozioni intime che fanno da contrappunto alle scene d’azione.

È un racconto di grande impatto, che trae forza dal tema centrale legato alla percezione brutalmente soggettiva di ciò che può definirsi “normale”: tutti sono “freak”, in un modo o nell’altro, e tutti aspirano a una normalità che tuttavia è soltanto frutto della narrazione in cui si è inseriti. È così per i quattro protagonisti, supereroi in potenza bloccati da una vergogna meno granitica di quanto pensino. È così per la banda partigiana del Gobbo (Max Mazzotta), un gruppo di mutilati e storpi che sovvertono la loro condizione trasformandosi in feroci guerriglieri. È così per il villain Franz (Franz Rogowski), musicista sublime che attinge al futuro anche per le proprie composizioni musicali (poderosa la sequenza in cui suona una versione orchestrale di una Sweet child o’mine ancora da venire), ma che desidera soltanto servire il führer come soldato. E lo stesso si può dire per i nazisti, ossessionati da una propria “normalità” che oggi non può che apparire l’unica veramente inaccettabile e detestabile.

Freaks Out di Gabriele Mainetti
Nella foto, a sinistra, Gabriele Mainetti sul set di Freaks Out insieme a Claudio Santamaria e Pietro Castellitto. Di spalle, Giancarlo Martini.

Freaks out è un film che racconta tutto questo, accostandosi ad un cinema che in Italia normalmente non si fa. E Mainetti riesce a farlo con una propria voce, con una visione personale e, al di là della trama inevitabilmente legata al genere, sorprendente. Funziona la fotografia di Michele D’Attanasio, funzionano gli effetti speciali, funziona la Roma ferita dalla guerra che fa da sfondo alle dinamiche ora spettacolari, ora decadenti, dell’immaginario circense.

Merita citare anche il cattivo della pellicola: i villain si confermano la vera specialità di Mainetti, che aveva già dato vita all’efficacissimo Zingaro, e che con Franz supera sé stesso creando un personaggio autentico, detestabile ma non privo di una perversa fragilità. Credibile fino in fondo, persino quando, nelle sue visioni, maneggia un cellulare che fa da palla di cristallo per sbirciare nel futuro, o mentre suo malgrado finisce a ricalcare il Chaplin de Il grande dittatore.

Cosa manca allora a questo film? Si può dire che si tratta di un progetto ambizioso, con tante componenti da far funzionare insieme, e con un obiettivo che – a differenza del mondo della periferia romana di Jeeg Robot – tende a non perdonare le sbavature.

La regia di Mainetti punta in alto, e a tratti indugia eccessivamente creando una ridondanza visiva e narrativa che, più che nel minutaggio, si fa sentire laddove va a incrinare il flusso della sceneggiatura. La dinamica “action” irrompe talvolta dove non ce ne sarebbe bisogno, mentre – tanto per fare un esempio – il ruolo della banda partigiana nell’economia del racconto si manifesta a tratti come artificioso, pur regalando comunque momenti di ottimo cinema.

La scrittura dei dialoghi non sempre convince, specie in quei passaggi in cui si cerca di riassumere con una battuta il background storico o un passaggio altrimenti nascosto dietro le quinte del racconto. A questo si aggiunge inoltre una recitazione che a tratti è punto di forza, e a tratti lo è meno. Il quartetto dei protagonisti – impegnato in un ruolo assai complesso, va detto – non sempre regge il confronto in scena con un “asso” come Tirabassi, capace invece di conferire una profondità maestosa al suo Israel. Ed è impari anche il confronto dei quattro “buoni” con Franz Rogowski, anche lui magnifico nel dare vita alle inquietanti sfaccettature del suo villain.

Certo, sono sbavature che possono apparire poca cosa, e intendiamoci: il fatto che in Italia si stia facendo questo tipo di cinema, e con questi risultati, è un fatto che va ben oltre il positivo. Resta il rammarico per un film che poteva essere ancora di più, andandosi a porre come punto di riferimento. Mainetti ci va vicino, e nel suo salto più ambizioso non supera l’asticella per poco. In ogni caso la strada è ora aperta, e verrebbe la voglia di prendersi per un attimo i poteri di Franz per andare a sbirciare cosa porterà il futuro per il nostro cinema.

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