fbpx

 

di Giacomo Giubilini

Fondatore della casa di produzione indipendente Fake Factory con quattro lungometraggi all’attivo, Cristiano Gerbino è soprattutto una delle figure più interessanti del panorama distributivo romano. Come animatore culturale è stato  l’inventore del kino, piccolo cinema in grado di creare una comunità. E’ da quest’anno, uno degli  ideatori e curatori dell’arena estiva di cinema all’aperto al Teatro India. Abbiamo deciso di chiedergli, sulla base della sua esperienza, qualcosa sullo scenario attuale della distribuzione e sulle prospettive del cinema in un mondo che sta cambiando radicalmente

Vuoi raccontare brevemente come sei riuscito a creare uno spazio culturale come l’arena estiva dell’India?

Il Teatro India è uno dei posti più belli e delle location più adatte di Roma per creare uno spazio del genere. Lo adoro da sempre e nel passato, con il Kino, se n’era parlato varie volte, senza mai concretizzare. Quando il Comune ha pubblicato un bando per la concessione di spazi per la realizzazione di arene cinema, mi è sembrato naturale parlarne con loro. Con la nuova gestione del Teatro di Roma, e l’arrivo di Giorgio Barbero Corsetti e di Francesca Corona e con l’aiuto del loro staff, le condizioni erano cambiate, e mi è sembrato il momento perfetto per proporlo. Io, Diego Labonia e Sara Lamanna di Luci Ombre, che curano festival nazionali e internazionali da molti anni e sono straordinari, abbiamo ideato un’arena con un taglio molto preciso e presentato il progetto prima al Teatro di Roma e poi al Comune di Roma.

Abbiamo vinto il bando triennale e nonostante l’annata incredibile che stiamo vivendo, con problemi sotto tutti i punti di vista (dalla gestione delle library di film, alle sedute contingentate, fino ai controlli della temperatura), siamo miracolosamente riusciti a mettere in piedi tutto. Anche cambiando cose sostanziali all’ultimo momento, per adattarci al momento e alle condizioni che variavano. È stato un momento difficile anche dal punto di vista della gratuità, ci trovavamo a scegliere fra il diritto alla cultura e il diritto al lavoro (di esercenti, di distributori e delle migliaia di persone del settore). Per affrontare questa dissonanza cognitiva abbiamo scelto di fare una parte ad ingresso gratuito e una parte a pagamento. Siamo tutti molto contenti di questa prima annata, anche perché condividere un film con decine di altre persone sembrava ormai un’esperienza temporaneamente tramontata.

Parliamo della tua precedente esperienza con il kino, cinema indipendente per alcuni anni molto noto a Roma, Cosa ti ha insegnato a livello di lavoro culturale e cosa in qualità di esercente e di promotore/organizzatore di uno spazio di socialità?

Il Kino è stata un’esperienza talmente particolare da non poter essere assimilata a nient’altro. Anzitutto era stata creata da giovani addetti ai lavori. Avevamo costruito il Kino per noi stessi, per il mondo del cinema, non particolarmente per il pubblico (che anzi ha a lungo percepito il Kino come uno spazio altezzoso e inospitale). Fra i punti fondanti c’era anche la distanza dalla politica. Il nostro lavoro sulla polis doveva essere fattuale, non ideologico né partitico. Questo aspetto era addirittura specificato nello statuto. Col tempo quello che era un gruppo fondatore ampio ma circoscritto si è ampliato ulteriormente e una generazione intera di autori, registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, editor, montatori, produttori, che si riconosceva in una nuova idea di cinema (sia dal punto di vista della sua ideazione e produzione che dal punto di vista della sua fruizione) si è riunita attorno al Kino, sentendosi a casa.

L’apertura della sede di Berlino ha fatto prendere al progetto una dimensione europea, e per questo abbiamo anche ampliato la nostra presenza fuori da Roma. Lavorando a Torino, Milano, Venezia, Lecce, Bologna, Firenze e ad un certo punto anche a Parigi, e collaborando via via con istituzioni e festival sempre più grandi. La dimensione cittadina (da sempre) ci stava un po’ stretta, un po’ perché i fondatori arrivavano da tutta Italia, e un po’ perché riflettevamo sui cambiamenti nell’infosfera e sulle infinite possibilità della rete. A molti di noi sembrava limitante considerare il Kino appartenente solo ad un quartiere (il Pigneto) o solo ad una città (Roma). L’enorme innovazione del Kino rispetto ad altri “cinema” o altre esperienze era tutta qua. Nelle nostre intenzioni era un’entità che superava i confini cittadini. Dal punto di vista concettuale, il grande cambiamento è stato nel ritenere il cinema, l’approfondimento sul cinema o su tutto quel che ruota attorno al cinema (dai Festival al mondo Industry, a tutte le arti e le professioni ad esso connesse) anzitutto un’esperienza collettiva e sociale da condividere.

Il concetto di sala cinema  in cui entri, vedi il film e poi esci ci sembrava (e a me sembra ancora) un’esperienza pura e di grande valore, ma desueta. Quest’idea non poteva che portare a far vivere quegli spazi con una larga parte di convivialità: il grande cinema sì, ma anche il buon cibo, il buon vino e spesso anche molta leggerezza. Si era seri quando si parlava di cosa serie, e leggeri quando ci si doveva divertire. Questa colta e impegnata leggerezza credo sia stata parte del successo del Kino. Spesso nel mondo della cultura questo non è visto di buon occhio, ma noi ci siamo divertiti parecchio e abbiamo al contempo affrontato molti temi importanti. Dopo un iniziale sospetto, moltissime persone non addette ai lavori hanno cominciato a fidarsi e hanno cominciato ad amare i film, gli incontri, le analisi, i corsi, gli approfondimenti che facevamo anche perché accanto a questo impegno, girato l’angolo, potevi bere un cocktail o partecipare a un torneo di Ping Pong. E magari potevi parlare del film che avevi appena visto con gente appassionata quanto te, fra un punto e l’altro.

Questa era la socialità e la condivisione di cui eravamo affamati e fieri. Non eravamo solo “esercenti”, eravamo anche ampiamente intorno alla “esercizio”. Molto lontani dal concetto polveroso, impegnato e punitivo del Cineclub classico. La dimensione fisica collettiva e quella virtuale ad un certo punto hanno preso un peso simile. Il desiderio di portare le discussioni che si avevano dentro al Kino anche fuori ci ha portato a condividere moltissimi contenuti attraverso la rete. Interviste, video, foto, articoli di approfondimento, dibattiti e anche film su piattaforme come Vimeo. Ad aprire una rivista, la Kino Review. Concepivamo il cinema come un’esperienza fisica e virtuale insieme, fatta in presenza e diffusa attraverso la rete, per tutti quelli che non potevano per motivi geografici stare con noi. Ma che avevano accesso agli stessi contenuti. Questo ci ha portato ad avere una community online molto ampia.

Dopo 7 anni di crescita e di convivenza delle 54 persone che lo avevano creato, le nostre vie si sono divise, per idee di ulteriore crescita molto diverse (anche drammaticamente diverse) fra loro. Ora il Kino esiste solo a Berlino, più o meno negli stessi modi che hanno portato fortuna al Kino di Roma. Credo ancora moltissimo in tante diverse intuizioni che abbiamo avuto all’epoca.

Consideri le arene estive degli spazi che possano favorire la sopravvivenza di un film anche fuori dai tradizionali slot stagionali? Puoi fare qualche considerazione su queste realtà e su come migliorarle ed eventualmente favorirle e moltiplicarle?

Quando ero ragazzo (parlo di vent’anni fa, non di un secolo fa)  le arene estive erano molte e il cinema d’estate più o meno presente ovunque, dalle piazze delle città ai luoghi di villeggiatura. Si vedeva un po’ di tutto, dai grandi classici alle commediacce, con nicchie di grande qualità e sperimentazione, penso ad alcune visioni notturne organizzate da gente visionaria. Ma allora era completamente diverso il mondo. Poteva capitarti di vedere di tutto. La visione estiva moltiplica oggi come allora tutte quelle belle sensazioni della visione in sala, la condivisione di un’emozione, di una storia, di una esperienza immersiva, per di più all’aperto, d’estate.

È probabile che per il pubblico sia la condizione migliore per vedere un film. Ho visto alcune persone venire ad ogni singola proiezione d’estate, mentre era altamente improbabile che questo avvenisse d’inverno. Quindi se c’è un terreno in cui operare più fertile di altri, è senz’altro la visione di un film in un’arena estiva. Anche per azzardare scelte, per aprire nuovi orizzonti alle cinematografie estere o ad autori nuovi, scomodi, fuori dal coro. Diciamo che è difficile sbagliare un’arena estiva, molto più facile è renderla innocua o superficiale. Il pubblico è molto più motivato ad uscire e molto più attratto e attento. Per moltiplicarle e migliorarle bisognerebbe facilitare due aspetti che sono spinosissimi: gli spazi e le licenze delle opere. In molti casi rintracciare gli aventi diritto di un film, contrattare una fee, una data, la consegna del master, una promozione congiunta è un lavoro enorme e complicato, il che normalmente può portare a scegliere vie più brevi o comode per chi programma una rassegna, o a porre la sua attenzione sempre sugli stessi film. Il sistema delle licenze è fermo a cinquant’anni fa.

Un sogno sarebbe una piattaforma che raccolga tutte le opere, tutti gli aventi diritto (spesso sono diritti condivisi), tutte le fee, i metodi di pagamento e ti consegni una licenza, ti invii il film, senza bisogno di fare cento telefonate o mille mail di conferma. Sarebbe economicamente vantaggioso anche per chi questi diritti li detiene. Capita anche che si scartino opere perché non si riescono a rintracciare i proprietari. Un paradosso. Sugli spazi, oltre la loro concessione pubblica o privata, c’è una montagna di documentazione sulla sicurezza, di firme e geometri che devono costruire il progetto e poi realizzarlo. Oltre ad ingigantire i costi e i tempi questo è un ostacolo per chi si affaccia a questa iniziativa per la prima volta. Mantenendo gli standard di sicurezza per gli spettatori, dovrebbe essere tutto e di molto standardizzato e semplificato.

Per quel che riguarda gli slot, molti film piccoli di distribuzioni indipendenti sopravvivono meglio grazie alle proiezioni estive. Nel caso di film italiani indipendenti c’è spesso anche una ampia presenza del regista o di chi ha realizzato il film con lui, il che aiuta il pubblico ad appassionarsi, a incuriosirsi, ad approfondire, anche in piazze più provinciali. Oltre rendere un minimo più forte lo sfruttamento economico del film, queste proiezioni possono facilitare la sua vita sulle finestre successive, ma non è detto che le arene li prendano sempre in considerazione. Anzi.

Cosa pensi dell’educazione all’immagine nella scuola, della possibilità e necessità di ideare spazi deputati per poter vedere film che altrimenti altrove non trovi, e che soprattutto possano formare la memoria individuale e la cultura cinematografica del singolo? Come dovrebbero essere fatti?

Secondo me dobbiamo chiarire alcune questioni. Il cinema, molto più di tutte le altre arti, si porta appresso un retaggio politico potentissimo, un patrimonio di dibattiti sulla sua importanza fondante per il cittadino, per la crescita culturale, per la gente. Niente è paragonabile a questo nelle altre forme d’arte, che sono molto più libere, spesso più sperimentali, più estreme, e spesso più interessanti. Chi scrive un romanzo, fa un disco o realizza un’opera d’arte si domanda più che effetto farà sulla gente, se venderà copie, biglietti o sarà esposto al Moma, non che impatto avrà (a parte alcuni casi eccezionali) sulla vita culturale di una intera comunità o sui ragazzi. Non si chiede se sarà stato sgradevole o scorretto, se riceverà critiche per aver calpestato o offeso questo o quello. Pensiamo alla Trap, al successo che ha fra i ragazzi e ai valori che diffonde. Questa condanna del cinema deriva da molti fraintendimenti del passato, ma anche dal fatto che in gran parte il cinema (in Italia) è prodotto con fondi pubblici. E dunque ha spessissimo una finalità pubblica, di interesse pubblico, edificante o ecumenico o didattico. Come se fosse sempre, da qualche parte o in qualche modo, un “Non è mai troppo tardi” camuffato. Seppur comprensibile, questo effetto, questo spostamento, questo slittamento di senso ha dato al cinema italiano degli ultimi quarant’anni (ovviamente con diverse eccezioni) un ruolo che non dovrebbe avere. Sia nella sua produzione, sia nella sua diffusione, sia nel suo insegnamento. Uno slittamento che lo induce ad essere quasi sempre, impercettibilmente, incatenato ad un “dovere”.

Molti di quelli che consideriamo ancora dei capolavori immortali sono a ben vedere orrendamente scorretti e politicamente inaccettabili, nel mondo che viviamo oggi. Penso al paradosso di qualcuno, come nella Caverna di Platone, incatenato e costretto a vedere solo film italiani contemporanei, che idea del mondo e dell’Italia si farebbe? Sarebbe un esperimento interessante da fare. Credo che questo “compito” del cinema sia per i ragazzi molto molto visibile. Gli studenti a scuola, o chiunque voglia o debba essere educato alla visione e all’immagine, deve avere davanti agli occhi un cinema libero, anzitutto, ed è questo il compito di un curatore di festival o di rassegne o di un professore appassionato, secondo me. I luoghi sono paradossalmente meno importanti, a mio avviso. Da un anno insegno con due colleghi meravigliosi (Gianluca Sportelli e Lorenzo Sportiello) in una scuola di cinema per ragazzi (12-17 anni) a Frosinone. Molto lontani dal centro del mondo, sono ragazzi commoventi per la fame che hanno di cinema e di serie e di voglia di conoscere. A quell’età sono pronti per capire e imparare qualsiasi cosa.

Rispetto ad alcuni anni fa, i ragazzi hanno oggi i più grandi capolavori della storia a portata di mano. Il compito di un educatore sta nell’appassionarli, più che nel guidarli nel vederli in un determinato modo o in un determinato spazio. Sarebbe, di nuovo, costringerli a fare solo chiamate da una cabina telefonica. Film che noi abbiamo visto e amato con la qualità patetica e nostalgica delle vhs dell’Unità, loro li possono vedere in alta definizione sui 50 pollici di casa. È già un bel traguardo. Questo amore li porterà presto ad amare i film in sala.       

Pensi che il prezzo del biglietto debba essere differenziato? E ancora, ritieni che gli esercenti debbano avere più sgravi fiscali come in Francia e che, ad esempio, si possa usare la leva fiscale  per fare delle scelte politiche e pedagogiche riguardanti un pubblico giovanile a cui, ad esempio,  scontare i biglietti fino ai 14 anni per abituarli ad andare in sala?

Il paradosso ecumenico di cui parlavo prima non ha esempi più clamorosi che il costo del biglietto del cinema. È impensabile che i concerti, i libri, le opere d’arte, i balletti abbiano tutti, a parte lievissime variazioni, il medesimo costo. Nel cinema questo è la normalità. Non so se per legge o per consuetudine, il costo del biglietto non varia mai da opera a opera.  Sarebbe come dire che andare a vedere i Pink Floyd o mio cugino che suona la batteria sia una esperienza culturale del medesimo valore. Il biglietto del cinema dovrebbe assolutamente essere differenziato e proporzionato al valore dell’opera e dovrebbe essere diritto degli esercenti e dei distributori stabilirne il costo. Se con lo stesso costo posso vedermi due film di valore differente, inevitabilmente a farne le spese sarà mio cugino, che non avrà possibilità di crescere e di diventare i Pink Floyd. Se vedere mio cugino mi costerà la metà o un terzo (a me, ai miei amici e ai miei figli), ovvio che ci andrò. Questo secondo me non vale solo fra diversi film, ma anche fra diversi cinema. Esercenti di grande valore che danno importanza alla qualità della visione, del sonoro, delle sedute, del riscaldamento o alla pulizia dei bagni o all’offerta del bar, oltre ovviamente che alla scelta del film, devono avere il diritto di essere sul mercato e dare lo stesso film ad un prezzo più alto, perché danno un servizio migliore e spendono di più per ottenerlo.

Lo spettatore potrà aspettarsi da quelle sale una qualità maggiore, e dunque essere pronto a pagare di più il servizio, come avviene in qualunque altro locale aperto al pubblico. Questa libertà di mercato delle sale deve essere assolutamente supportata da leve fiscali, alleggerimenti sulle imposte, da finanziamenti (che in buona parte già esistono per le sale di qualità) e come per gli over 60 o per altre categorie, il cinema dovrebbe costare la metà per ragazzi sotto i 16 anni. Al Kino avevamo sperimentato addirittura la gratuità per i ragazzi sotto i 18 anni. Era un pubblico che non veniva mai, e abbiamo riscontrato che se allettato invece era pronto e ricettivo. C’era un tot di biglietti disponibile e gratuito per i ragazzi giovani, che non avrebbero spostato l’incasso della serata, che riempivano poltrone altrimenti vuote, che poi rimanevano a bere o a mangiare e che un giorno sarebbero diventati maggiorenni. Anche questa può essere una buona idea, cinema gratuito per i ragazzi, che viene sovvenzionato da leve fiscali o contributi, sulla base dei biglietti “under” staccati. Le soluzioni possono essere molte, ma, mi ripeto, dobbiamo come prima cosa appassionare profondamente i ragazzi al cinema e poi, solo successivamente, alla visione in sala. Altrimenti stiamo conservando le ceneri e non custodendo il fuoco.

Secondo la tua esperienza di professionista consiglieresti la visione in sala di un film? Che cosa la rende unica? E soprattutto: come può essere migliorata  per affrontare la sfida delle nuove piattaforme? Quali idee hai in proposito anche assurde o provocatorie?

La differenza fra vedere un film in sala e vederlo in casa o su un computer non deve neanche essere spiegata. È come sentire un disco in cuffia su Spotify o vedere un concerto all’Auditorium. Il divario emozionale ed esperienziale lo conoscono tutti ed è assolutamente ovvio. L’esperienza immersiva dello schermo grande, dell’audio in Dolby (o Atmos), del buio totale, della posizione comoda ma non abbastanza da indurti al sonno, e soprattutto la moltiplicazione di ogni emozione in platea data dalla presenza di decine di altre persone, è assolutamente imparagonabile a qualsiasi altra forma di visione. A differenza della musica dal vivo, però, l’esperienza del cinema può essere un minimo simulata anche in casa. Conosco molte persone che hanno proiettori a parete e impianti home theatre che fanno impallidire alcune sale cittadine, per qualità visiva e qualità sonora e che condividono la visione con amici o familiari.

Bisogna mettersi d’accordo su cosa stiamo cercando, se vogliamo salvare astrattamente le sale per come le conosciamo, o se vogliamo celebrare il cinema. Capita purtroppo molto spesso che in sala ci siano pochi spettatori, che i proiettori digitali siano tarati male o il sistema audio sia superato. Mettere tutte le sale cinema allo stesso livello o nello stesso sistema di pensiero è un errore, è nostalgia partigiana per un mondo che non c’è più, ma non c’è più da 60 anni, non da 5 o 6. Le masse non si accalcheranno più a vedere film in sala, e trovare una sala piena da non poter entrare è una cosa sempre più rara.

C’è una frase provocatoria ma significativa di Reed Hastings, fondatore di Netflix, che sostiene che “La maggiore innovazione delle sale cinematografiche negli ultimi trent’anni sono stati i nuovi gusti di popcorn”. Non è del tutto vero, ma in effetti non c’è categoria più legata alla tradizione degli esercenti di cinema. Per me è impensabile che ogni sala non abbia il suo ristorante o buffet, la sua zona bambini, un palinsesto di attività che vada altre la proiezione, il suo “taglio” personale. Pensiamo alle sale cittadine, di Roma, Milano o Napoli. Uscire di casa per andare a vedere un film alle 20.30 significa muoversi almeno un’ora prima, trovare parcheggio, mangiare qualcosa al volo, prendere il biglietto, vedere il film, e uscire dalla sala alle 23.30/23.00 avendo fatto una cosa che avremmo potuto benissimo fare a casa. Per chi torna dal lavoro è diventato quasi impensabile. La novità del film o la grandezza dello schermo non sono più sufficienti, oggi. Ma se andando in sala incontrassi la soddisfazione di molti miei desideri e molte mie necessità, tipo il mangiare bene, le cose cambierebbero. Avrei parcheggiato una volta sola, e avrei potuto mangiare, vedere il film, e farmi un bicchiere di vino all’uscita. Moltiplicando gli introiti per la sala.

La concorrenza della serialità o dei film su piattaforma, dei deliveroo, del proiettore, del maxischermo o del divano è nei fatti molto agguerrita, ma il cinema risponde in modo insufficiente. Tutto il sistema di difesa protezionistico delle sale, gli obblighi di legge sulle finestre, cercando di fare una cosa giusta, prendono il problema dal lato sbagliato. Forzano al vecchio una situazione nuova, invece di accoglierla, adattarsi, inventare. Penso da molto tempo che quando pago Netflix o Chili non sto pagando il film, ma il servizio. Così dovrebbe essere per le sale. Non pago il film, ma il servizio. Io voglio vedere The Irishman di Scorsese in sala. Tre ore e passa di spettacolo magnifico su grande schermo, con un sonoro avvolgente e meraviglioso che ha a casa non ho. Altri vorranno vederlo a casa, o in tre volte come una serie sull’Ipad quando sono sul treno che li porta a casa. Il sistema-sala dice costantemente “no, questo non si può fare”, invece di rivoluzionarsi e pensare con e per gli spettatori, invece di sfidare, si arrocca. L’obbligo di andare in sala come prima finestra tenta di salvare un sistema che non ha intenzione di evolvere e non credo che funzionerà. In ballo ci sono migliaia di lavoratori, milioni di incasso e un intero sistema di esercizio e distribuzione, è vero, ma è sempre lo Stato-educatore a dirmi che il modo migliore di vedere un film nuovo sia la sala. Non me lo suggerisce, me lo impone.

Credo che molti spettatori arriverebbero da soli alla conclusione che vedere quel film in sala è infinitamente meglio, se avessero la percezione di essere liberi di scegliere e se la sala li accogliesse in modo nuovo. Tutti sanno che una carbonara appena cucinata è meglio di una consegnata tiepida, in plastica e in bici. Parliamo di una situazione di passaggio, che però è “di passaggio” da cinque-sei anni, senza che sia variato nulla nella sostanza. Penso che gli esercenti debbano cominciare a ragionare come qualsiasi altro locale pubblico, ristorante, club. Devono investire sul marketing, sull’offerta, sull’accoglienza, sull’esperienza, sul cibo, sui contenuti in rete. Quando entri in una sala è difficilissimo che qualcuno ti sorrida o ti dia il benvenuto. Non so da cosa dipenda questo, ma è un atteggiamento ormai inaccettabile. Molte delle innovazioni che proporrei ancora alle sale sono quelle messe in atto con il Kino.

La sala come collettore di una comunità: in una realtà come la nostra in cui le riviste di critica cinematografica sono pressoché scomparse e le sale risentono della concorrenza delle piattaforme e della tragedia socioeconomica del covid, come pensi che la sala possa tornare a costruire una comunità, anche piccola ma culturalmente agguerrita e in grado di fare proposte politiche per il settore? Si può pensare alla sala come ad una realtà che crea uno spazio comunitario di amici ed eventuali collaboratori? Qualche considerazione in proposito…

Finora ho ragionato come fossimo in tempo di pace. Ma la guerra del Covid ha devastato il sistema-cinema in una maniera impensabile e velocizzato il cambiamento in maniera drammatica e scoordinata. Iniziative come MioCinema, Io Resto in sala, Wanted Zone o Beltrade sul Sofà, a diversi livelli e con diversi investimenti, hanno provato a rallentare un sicuro collasso, ma, forzate dalla situazione e in modo frettoloso, sono andate a mio avviso nella direzione giusta. Rivolgendosi alle comunità, cercando di trasformala in community online. Internet non ha cambiato solo il mondo del cinema, ma qualsiasi altro aspetto del dibattito pubblico e della costruzione di senso e di consenso. Le vecchie sezioni di partito, se così vogliamo definirle, si sono trasferite altrove. Vale sempre il dictat economico.

Se con un tweet o un click raggiungo centinaia o migliaia o milioni di persone, che senso ha un dibattito “privato” con duecento? Il consenso si espande e cresce a cerchi concentrici, da uno a dieci, da dieci a mille, da mille a un milione. Questo cambiamento è stato talmente forte che anche nel mondo accademico sono stati fatti studi interessantissimi sulla costruzione dell’audience e sul marketing della cultura, penso alla Fondazione Fitzcarraldo, all’Intercult di Stoccolma, all’Audience Design del Torino Film Lab. Sia il coinvolgimento del pubblico che l’evoluzione di quella che un tempo definivamo critica cinematografica non possono non prendere atto di questi studi e di questi cambiamenti. Soprattutto in Inghilterra c’è un intero universo di valutazioni della pubblica amministrazione sul come coinvolgere pubblico agli eventi culturali, alle mostre, come rintracciarlo e coinvolgerlo attraverso la rete, i social, appunto il marketing culturale. Ci sono un’infinità di gruppi Facebook, di Forum, di siti, dove le persone si raccolgono e dibattono di cultura e cinema, dove si forma consenso o dissenso. Non prendere in considerazione questi studi e questi aspetti è totalmente fuori tempo, e nessuna comunità fisica, per quanto agguerrita o coesa possa essere, può emergere oggi da una singola esperienza “offline” senza rivolgersi al mondo della rete, senza coinvolgerla online.

Nel ritorno, speriamo prossimo, a una qualche forma nuova di normalità, possiamo ancor meno di prima sottovalutare questi cambiamenti.

Qualche considerazione sulle nuove piattaforme: sui loro vantaggi evidenti e sui loro limiti. Secondo te la sala può sopravvivere a questa rivoluzione industriale?

Come già espresso nelle risposte precedenti, non possiamo ignorare che la rete e tutti gli straordinari cambiamenti portati dalle piattaforme – sia in termini di linguaggio che di fruizione – abbiano stravolto il concetto di “visione” e di “sala”. Ma anche qui dobbiamo schiarirci le idee e metterci d’accordo sulle parole. Difficile dire che Roma di Alfonso Cuarón o Marriage Story di Noah Baumbach non siano “cinema” perché li vedi a casa o che Mubi non faccia – più di tutti – Cinema con la C maiuscola, anche se lo fa sul tuo portatile. Quando Barbera dice che “Netflix” (o Amazon, o Disney+ o Hulu, o TimVision) è “il futuro del cinema” dice una cosa dura, ma sacrosanta e incontrovertibile. I numeri parlano chiaro. 180 milioni di abbonati, 150 miliardi di capitalizzazione. Stiamo parlando di un mostro che semplifica la vita alle persone, gli dà i contenuti che vogliono (quasi informatizzandoli attraverso i big data), li coccola e li seduce, li fa sentire “parte di”. Dal punto di vista della valorizzazione del suo marchio, Netflix è un successo stratosferico. Da molte parti si dice che il suo modello economico sia destinato a fallire, ma questo lo vedremo. Sono riusciti nell’operazione più difficile, rendere caldo e sexy uno strumento freddo come internet e le piattaforme informatiche. Come Apple non vende necessariamente il servizio o la tecnologia migliore, ma lo vende nel migliore dei modi. Le sale stanno a guardare e cercano di contrastare una cosa più grande di loro, arroccandosi e protestando. Secondo me, ma capisco che parlo in maniera semplificante, dovrebbero invece imparare, e prestare volentieri il fianco a questi cambiamenti.

Dal punto di vista industriale la lotta è impari, dal punto di vista pratico la lotta è impari, la grande forza che ha la sala è essere ancora nella “vita vera”, fatta di corpi e di sguardi e di rapporti umani. Avessi una sala oggi punterei tutto su quello. Sull’esperienza sensoriale. Ma, mi ripeto, che l’esperienza sia a 360°, che migliori l’accoglienza, che migliori la visione, che migliorino le papille gustative. Se una sala cinema vuole sedurmi deve e può farlo in molti modi nuovi. Popcorn, coca cola, gelatine, strappi scortesi del biglietto e proiettori alla bene e meglio non funzionano più. Le sale hanno in mano ancora la cosa più preziosa e più forte: le sensazioni corporee. Incredibile che sottovalutino così quest’infinita potenza.

Share Button
Write a comment:

*

Your email address will not be published.

© 2016 ANEC Lazio | via Vicenza, 5/a 00185 Roma | P.Iva 04922311008

logo-footer

SOCIAL            / powered by Daniele Pizzichelli