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Green Book: una storia di legami che sfidano il razzismo

Sezione Regionale del Lazio

Green Book: una storia di legami che sfidano il razzismo

Green Book

di Leonardo Rafanelli

Tre premi Oscar nel 2019, tra cui quello per il miglior film. L’apprezzamento di critica e pubblico da una parte, ma dall’altra anche polemiche e accuse verso un film accusato di essere “troppo edulcorato”, e nell’opinione di alcuni persino “disonesto” nello smorzare coi toni della commedia il dramma del razzismo.

Green Book, il film di Peter Farrelly ispirato alla storia vera dell’amicizia tra il pianista nero Don Shirley e il suo autista italoamericano Tony “Lip” Vallelonga nell’America degli anni ’60, non ha mancato di far parlare di sé in questi anni. Inevitabile, forse, di fronte a un tema che si vorrebbe storia ma che storia non è, e che continua a emergere in modo brutale nelle cronache quotidiane, negli Stati Uniti e non solo.

Certo, la questione razziale nell’America di quegli anni ha tratti peculiari e storicamente collocati: basta il titolo della pellicola, che allude a “The negro motorist green book” – una giuda stradale ai locali “sicuri” per i viaggiatori di colore” – per capire quanto, in quel contesto, la segregazione razziale fosse in qualche modo normalizzata e istituzionalizzata.

Su questo sfondo si muovono i due protagonisti: Tony è un italoamericano di buon cuore ma dai modi spicci, che vive di espedienti. Dopo la chiusura del locale in cui lavorava come buttafuori, accetta un lavoro come autista per Don Shirley, pianista classico afroamericano in procinto di partire per un tour nel sud degli Stati Uniti. Sono due figure agli antipodi: Tony è segnato dalla bassa estrazione culturale e sociale, è vittima di pregiudizi ma ne ha anche di suoi, e se proprio non si “sporca le mani” con un mondo di criminalità, ne lambisce spesso i confini. Shirley è invece colto, ricco, distaccato. Una situazione che lo esclude da qualsiasi appartenenza: non fa parte del mondo dei bianchi, che lo rispettano solo finché suona per loro, per poi tornare a trattarlo da indesiderato appena scende dal palco. E non fa parte del mondo dei neri, da cui la sua estrazione sociale lo ha allontanato. Tony e Don si scontrano inevitabilmente, ma nel corso del loro viaggio imparano a conoscersi, ad aprirsi l’uno all’altro, e a stabilire un legame autentico nonostante il costante conflitto tra i loro mondi di provenienza.

Si tratta di una storia di amicizia, prima di tutto. La storia di due persone che imparano a conoscersi e a colmare le distanze che li separano. E il risultato sullo schermo, in questo senso, è estremamente riuscito: Viggo Mortensen e Mahershala Ali mettono entrambi sul piatto un’interpretazione magistrale che dà vita ai personaggi, ai loro drammi e al loro rapporto. Lo stesso Mortensen, che sveste i panni dell’eroe tutto d’un pezzo per indossare quelli di un personaggio imperfetto e non privo di debolezze, sorprende e convince. Lo stesso si può dire di Ali, capace di vestirsi della scorza austera del suo personaggio, frantumandola a poco a poco attraverso mutamenti del tono della voce, delle espressioni facciali, degli atteggiamenti. Da segnalare, in questo senso, la regia precisa e mai fuori di tono di un Peter Farrelly che lascia da parte i consueti toni da comicità demenziale (Scemo & più scemo, Lo spaccacuori) per mettere in piedi una commedia delicata che si muove in punta di piedi su un terreno difficile.

Green Book

Viggo Mortensen e Mahershala Ali alias Tony “Lip” Vallelonga e Don Shirley in una scena di Green Book.

Ma proprio la cornice della vicenda porta il film su un piano differente, dove non può non misurarsi con un tema ancora troppo problematico per poter essere raccontato al cinema con distacco. Quando Green Book è uscito nelle sale era il 2018, e soprattutto fuori dai confini americani sarebbe stato difficile pensare a episodi come l’omicidio di George Floyd e le conseguenti proteste del movimento Black Lives Matter. Oggi si può riguardare Green Book con uno sguardo diverso, e la consapevolezza della complessità che sta dietro alla vicenda può innescare meccanismi positivi.
Come detto, dopo l’uscita del film non sono mancate le polemiche: c’è chi lo ha accusato di trattare la tematica del razzismo in maniera troppo “rassicurante” per lo spettatore. C’è chi ha parlato di una storia incentrata su un “white saviour”, e c’è chi ha parlato di una discrepanza rispetto alla vicenda reale – tra questi, gli eredi di Shirley, in contrapposizione con Nick Vallelonga, figlio proprio di quel Tony e co-autore della sceneggiatura.

Eppure, nulla di tutto questo toglie forza a ciò che gli autori hanno scelto di narrare sullo schermo. Ci si può interrogare su quale debba essere il ruolo di Hollywood, su quanto una narrazione debba essere edificante, e su come debba essere affrontata oggi una tematica come quella del razzismo, tutt’altro che sradicata dalla nostra società, come invece avevamo ingenuamente sperato in questi anni. Forse anche con Green Book si poteva fare di più da questo punto di vista, ma la pellicola sceglie di perseguire un altro obiettivo, e lo fa in modo profondo ed efficace. Vuole parlare di un legame, e vuole parlare della dirompente differenza che i legami riescono a fare mentre tutto il resto rimane immobile, o muta sotto l’influsso di altre dinamiche, talvolta di scontro, altre volte di pacificazione.

Nella scena in cui Tony cerca di convincere Don ad assaggiare il pollo fritto – piatto considerato all’epoca appannaggio della comunità afroamericana, ma che viene rifiutato da Shirley – viene sublimata proprio la dinamica alla base della pellicola. Le attese dello spettatore tendono verso una pacificazione che viene continuamente bloccata da pregiudizi esterni e inquietanti, talmente privi di senso da poter essere rovesciati senza che mutino. E mentre la società che circonda i due protagonisti eleva i pregiudizi fino a farne norme che alimentano l’oppressione, il legame tra i due disinnesca, quantomeno nel loro piccolo mondo, il meccanismo del conflitto. È un rapporto difficile, che va avanti più coi fallimenti che coi successi, ma alla fine riesce a creare un’apertura.

In questo c’è certamente la dinamica favolistica a cui Hollywood ci ha abituato negli anni, ma c’è anche una visione interessante, che smuove qualcosa sia quando innesca una polemica, sia quando scivola più o meno silenziosa attraverso i meccanismi più leggeri che coinvolgono gli spettatori. Green Book è un film riuscito, che sa intrattenere e sa dire anche qualcosa in più, di cui forse oggi abbiamo un grande bisogno.

Martedì 22 Giugno alle 21.15 Green Book è a CineVillage Parco Talenti di Roma. 

CineVillage Parco Talenti dall’11 giugno al 5 settembre
Via Arrigo Cajumi angolo via Ugo Ojetti
Biglietti: 5 euro (prezzo unico)
Abbonamenti: 10 ingressi: 40 euro; 5 ingressi: 22 euro
Lazio Youth Card: 4 euro*
Possessori di Bibliocard: 4 euro*
www.cinevillageroma.it

*Le riduzioni dovranno essere acquistate in biglietteria e sono valide per l’intera manifestazione ad esclusione delle serate con eventi speciali e anteprime.

CineVillage Parco Talenti è un progetto promosso da Roma Culture, vincitore dell’Avviso pubblico Estate Romana 2020-2021-2022 curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con SIAE. La manifestazione è organizzata con il contributo di Roma Capitale, il sostegno della Regione Lazio e patrocinata dal Municipio Roma III e da Roma Lazio Film Commission. Si svolge in collaborazione con CONI Lazio e il supporto di Impreme Spa e di numerosi partner.

 

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