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Le ‘Madres Paralelas’, corpi della memoria

madres paralelas

Pubblicato il 5 Novembre 2021.

di Sabina Ambrogi

Janis – Penolope Cruz (vincitrice della coppa Volpi a Venezia per l’interpretazione) è una fotografa madrilena alle soglie dei quarant’anni. Ha un obiettivo, oltre che uno sguardo molto definito del mondo: quello di cercare, far riesumare e poter riconoscere il suo bisnonno seppellito in una fossa comune – desaparecido e ucciso durante la guerra civile spagnola – e dargli una sepoltura. Una ricerca che anima un intero villaggio (che rappresenta, per ovvia estensione, la Spagna intera) e che appare essere la strada unica per riconciliarsi con il passato, con i fantasmi privati e quelli collettivi. Uno strumento indispensabile per sopravvivere nella fragilità del presente.

È proprio questa, in realtà, la colonna vertebrale di Madres Paralelas. Anche se inizialmente parrebbe un pretesto che rimane sullo sfondo, il tema acquista mano a mano sempre più senso. Ricorda l’emozionante documentario di Patricio Guzmam Nostalgia de la Luz, in cui delle donne cercano con un’ostinazione che potrebbe essere quella che anima la Janis di Almodovar, i desaparecidos massacrati durante il regime di Pinochet, dispersi nel deserto dell’Atacama in Cile.

Per trovare il “corpo del passato”, Janis, incontra un antropologo forense che dovrebbe guidare il lavoro di scavo delle fosse comuni, e di recupero del bisnonno nel suo paese di origine. Con lui ha una relazione clandestina e libera. Rimane incinta e lo lascia non appena percepisce indeterminatezza e indecisione. Si trasforma in madre single e al momento del parto, in ospedale, conosce Ana (una incantevole Milena Smit), adolescente fragile e irrequieta, figlia di attrice finalmente sul punto di svoltare, che propone alla ragazza un perenne schema di abbandono.

Ana e Janis resteranno unite da quella maternità e dal vincolo centrale – e oggi argomento così infuocato – dell’appartenenza biologica. Unite per sempre dall’inganno della vita e da un incrocio di destini che compongono un’ incessante mise en abîme di donne, solidali tra loro, autonome, fragili con cui Almodovar ridisegna la contemporaneità, raccontandola con la tradizionale ricchezza di riferimenti che vanno dalla tragedia greca alla novella del Figlio Scambiato di Pirandello.

La storia che si svolge in una Madrid irriconoscibile – potrebbe essere una capitale europea qualsiasi – è punteggiata dal giallo zafferano, l’azzurro elettrico, il verde acido (in tutte le tonalità) in cui prevale il “rosso Almodovar”, un po’ come i punti di rosso del giapponese Ozu: dalla borsa di Janis, ai fiori della giacca di Ana, la tutina della bambina e il porte enfant, il posacenere di vetro, la credenza sullo sfondo, il lampadario, la signora che passa, il maglione di Janis…

Sembra che il regista tenga insieme gli elementi del film e il grande tema della memoria e della sua trasmissione attraverso i corpi delle madri, con un filo imbastito che ciascuno può tirare a sé a suo comodo, lasciando tracce a volte forti a volte solo suggerite. Cuciture fantasiose e piene di tenerezza che compongono un abito sontuoso per coprire corpi e ferite.

Dentro queste tinte appariscenti si polverizza lo schema tradizionale della “madre” come costruzione culturale e ideologica, ma anche della madre di Almodovar tradizionalmente evocata nei suoi film: si disegnano nuovi archetipi destinati ad influenzare le narrazioni future. Due generazioni di donne. Femministe innanzitutto.

Janis è figlia di una donna morta di overdose e si chiama così dalla cantante femminista Janis Joplin morta per la stessa ragione a 27 anni. Indossa magliette con scritto “ Everyone should be feminist” mentre cucina piatti tradizionali, che insegna al suo “doppio parallelo” Ana, alla giovane generazione, che non deve perdere la memoria. Né dei corpi della guerra civile, né della propria storia. E neanche di come si prepara una frittata di patate.

 

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