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Cinque anni di “Non essere cattivo”

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Pubblicato il 4 Dicembre 2020.

di Gianmaria Tammaro

Sono passati cinque anni dalla presentazione a Venezia di “Non essere cattivo” e dalle prime proiezioni, e dal tour che portò a Los Angeles, per gli Oscar, Luca Marinelli, Valerio Mastandrea e Alessandro Borghi. Cinque anni, per un film, possono essere tantissimi. O, al contrario, possono essere pochi. E non durare niente. E passare in un lampo. Per un film, cinque anni possono essere tutta la sua vita e segnare la sua morte, la sua fine, la bolla del dimenticatoio. Ma possono anche essere una rinascita, una nuova vita, e trasformarlo in un’immagine eterna, che ritorna sempre e che racconta più di una storia.

Da una parte c’è la trama: quello che i personaggi fanno e subiscono e sono condannati a provare e a dire; il grande Demiurgo che tiene insieme le cose, e che le costringe secondo la legge del copione. Dall’altra parte, invece, c’è l’esperienza di chi quel film l’ha creato, scritto, diretto e interpretato; ci sono i ricordi di chi, per quel film, ha versato lacrime, sudore e sangue. E così “Non essere cattivo”, oggi, è diventato una specie di monumento. Un ricordo del genio di Claudio Caligari, e l’incarnazione stessa, in pellicola, di una stupenda avventura.

Ogni volta che uno degli attori di quel cast viene intervistato, gli viene fatta la stessa richiesta: parlami di “Non essere cattivo”; parlami del tuo primo incontro con Caligari. E loro, ogni volta, scivolano via, vanno altrove, e rievocano un periodo fatto di semplicità e allo stesso tempo di pura magia. Quando parlano di quel film, gli attori, gli scrittori e i protagonisti del dietro le quinte sembrano trasformarsi, farsi giganti, attingere a un fonte unica e lontanissima. E sentire parlare di “Non essere cattivo” in qualche modo diventa un’occasione da non perdere: qualcosa che non si quando e se tornerà.

Cinque anni dopo, quel film rimane un caso unico nel panorama del cinema contemporaneo. È una di quelle storie che colpiscono sempre, e colpiscono a fondo, lo spettatore, e che ad ogni visione sembrano aggiungere qualcosa di più – un dettaglio, una sfumatura, gli schiaffi che Borghi dà a Marinelli, l’insolenza spontanea, sincera, con cui Marinelli risponde; e i colori, e il lungomare, e le citazioni di Caligari a Caligari, e agli altri maestri, ai film e al cinema che gli piaceva, che amava, che sentiva veramente suo.

Le parole sono come macigni: quando lasciano la bocca, e le labbra e il palato di chi le pronuncia, si allargano, si impongono, avvolgono tutto come una ragnatela trasparente. Sai che c’è, avverti il suo tocco sulla pelle, nel profondo dei sensi, ma non la vedi. In “Non essere cattivo”, Caligari raccontava – anzi, no: racconta – la periferia, il precariato, la piccola criminalità, il lavoro nero, la mancanza di prospettive e di futuro, le mattinate e i pomeriggi tutti uguali passati a prendere il sole all’esterno di un piccolo bar; ma soprattutto racconta l’amicizia, l’amore, la speranza, la disperazione, e tutti quei sentimenti che ci dicono tanto di noi e anche di chi ci sta intorno. Caligari racconta la vita, la sua vergognosa banalità e pure la sua perpetua capacità di sorprendere.

Fu un’impresa. E lo sa bene Valerio Mastandrea, che fin dal primo momento, prima ancora dell’inizio delle riprese, si mise di guardia al forte: pronto e deciso a difenderlo. “Non essere cattivo” è un film benedetto e maledetto insieme. Maledetto perché è stato l’ultima storia di Caligari, l’ultima volta che è riuscito a dare vita a un’idea, a conoscere dal vivo i personaggi che affollavano i suoi pensieri. E benedetto perché ha raccolto talenti e professionalità, perché ci ha fatto scoprire (e, in qualche caso, riscoprire) la scrittura di Francesca Serafini e Giordano Meacci; perché ha fatto incontrare amici che non si erano mai visti prima, e perché ha dato una spinta, nel suo piccolo, a tutta l’industria italiana.

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Il suo esempio – perché è stato un esempio, quello di “Non essere cattivo” – è stato come una valanga: e metro dopo metro, ruzzolone dopo ruzzolone, la piccola pallina di neve è diventata una montagna insormontabile, che con la sua figura imponente riesce a toglierti il fiato, a spezzarti dentro, a farti rimpiangere di non essere stato tra quelli che hanno lavorato su quel set. In cinque anni, l’esperienza, le memorie e le fatiche tendono a sbiadire e a perdere consistenza; ma in questo caso no: in questo caso, chissà come, chissà per effetto di quale chimica, mantengono la stessa forma e la stessa durezza, e conservano lo stesso splendido sapore. Perché quei ricordi, quelli di “Non essere cattivo”, hanno anche un sapore preciso.

Su quel set, in quei mesi, in quelle notti infinite, freddissime e caldissime, durante quelle giornate al sole, sudaticce e ansimanti, Caligari è riuscito a riunire una famiglia, e a fare cinema oltre il cinema: oltre le camere, i trucchi, le inquadrature, le luci, le prove, le pagine di copione. Oltre tutto quello che, quando pensiamo a un film, ci viene in mente. “Non essere cattivo” è due cose in una, è due anime che vivono nello stesso corpo e che si tormentano e si coccolano a vicenda, ed è uno di quei racconti orali fatti di testimonianze, di “mi ricordo…”, di “io c’ero”, “ho visto”, “ho sentito”, che sembrano non finire mai: che hanno sempre qualcosa di nuovo da dire.

Cinque anni, per un film, possono essere troppi, perché c’è il rischio di invecchiare male, di perdere efficacia e potenza, di non sentire più la propria voce; ma possono pure essere, come in questo caso, un balzo: un istante prima a Venezia, sul carpet, a presentare l’opera di un autore a lungo ignorato dall’industria; un istante dopo nel presente, oggi, a ripensare a quel film e a rivederlo, e a sperare nell’ennesimo racconto di qualcuno degli attori, dei protagonisti, per sentirci anche noi parte, anche se solo per un secondo, anche se solo per finta, di quella grande, grandissima storia d’amore. “Quando sai comunicare”, disse Caligari a Christian Raimo, in una delle sue ultime interviste, “sei pericoloso”. E Caligari lo era: un pericolo terribile che rimpiangiamo, ma di cui, per fortuna, possiamo rivedere i film.

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