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Vinegar Baths: Odore d’aceto

vinegar baths

Pubblicato il 13 Gennaio 2021.

 

di Giorgia Sallusti

Due piedi immersi in una vasca di porcellana, lo smalto rosso che quasi sfida lo spettatore nel silenzio. Lentamente, nei freddi toni blu della scena si fanno strada gocce di sangue che macchiano di rosso l’acqua. Lo sgocciolio è il suono che si sente – amplificato – finché gli si accompagnano lo scricchiolio delle ossa, il rumore di ospedale e la pelle che struscia sulla plastica di una piscina gonfiabile.

Vinegar Baths di Amanda Nell Eu (Malesia, 2019), appena presentato al XXI Asiatica Film Festival, è un cortometraggio di quattordici minuti che parla di corpi in un breve viaggio orrorifico e sensoriale guidato dalle immagini e dai suoni. Viscerale e dai contorni onirici, è la storia di una paffuta infermiera del reparto maternità che, stanca e oberata di lavoro, trova autentica gioia soltanto nei momenti di solitudine a tarda notte, quando finalmente può soddisfare la sua fame. Esplorando il mito malese della penanggalan, Amanda Nell Eu aggiunge una nuova dimensione alla sua esplorazione del corpo e dell’identità di genere partendo dal contesto culturale che le appartiene per nascita.

Il mito vuole che la penanggalan riesca a staccare la propria testa dal corpo, lasciando aballare le sue viscere penzolanti e librandosi in aria, per andare a cibarsi di neonati, placenta e sangue delle puerpere. Di giorno ha l’aspetto di una donna, ma è di notte che prospera e si nutre. Per diventare penanggalan, una donna deve meditare in un bagno rituale nell’aceto, durante il quale tutto il suo corpo è sommerso a eccezione della testa. Per questo l’odore di aceto che si porta dietro a ogni apparizione la rende subito riconoscibile (se nel frattempo non vi foste accorti degli intestini striscianti).

Il film tuttavia non ha l’intento di provocare repulsione verso il mostro, anzi muove lo spettatore all’empatia verso l’infermiera-penanggalan. Superando il primo sgomento, Vinegar Baths riguarda il modo in cui una donna può amare il proprio corpo, oppure temerlo e odiarlo, a volte fino ad arrivare al punto di volersene scollegare. Il tutto è sapientemente mediato attraverso il rapporto col cibo: «Va bene saltare un pasto ogni tanto» dice la collega infermiera alla protagonista che mangia un’insalata scondita durante il turno di giorno, nell’attesa che cali il tramonto che reca seco la soddisfazione dei sensi.

Anche se apparentemente cruento, il corto è soprattutto fantastico e visionario, con un’attenzione raffinata ai dettagli. Girato nel seminterrato di una vecchia clinica, il set evidenzia tonalità di rosa, viola e pitture pastello che conferiscono delicatezza a ogni scena, grazie al lavoro certosino nella scenografia di Sharon Chin e del direttore della fotografia Mahen Bala.

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Con un cast di sole donne, Vinegar Baths abbraccia identità e insicurezze di ogni personaggio, gettando una luce diversa su ciascuna di loro: il corpo e la sessualità hanno sempre avuto un posto di rilievo nelle opere di Eu, e questa non fa eccezione. Il suo primo cortometraggio Lagi Senang Jaga Sekandang Lembu («È più facile allevare bestiame», Malesia, 2017) racconta la storia di due ragazze adolescenti, una delle quali si trasforma in una pontianak, una sorta di vampira e succuba del folklore malese. La sessualità femminile è intensamente presente nei racconti popolari che sono tramandati di generazione in generazione e, a detta della stessa regista, il cinema è solo un altro modo di trasmettere queste storie– rovesciate, però, dalla prospettiva delle donne.

Attualmente Eu sta scrivendo e sviluppando il suo primo lungometraggio, un horror intitolato Tiger Stripes, dove è ragionevole attendersi un ulteriore sviluppo della sua consapevolezza artistica. Il suo è un cinema anche politico, e soprattutto una rappresentazione del femminile, implicitamente femminista: la penanggalan non è più un mostro al di là della nostra comprensione, ma una donna che vale la pena sostenere per la sofferenza e il potere intrinseco che sprigiona, nelle scorribande sanguinolente e notturne alla ricerca di sé.

 

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