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Pubblichiamo la terza e ultima parte della conversazione tra Mario Sesti e Sean Connery: qui è disponibile la prima puntata, qui la seconda.

di Mario Sesti

Cosa pensa oggi di James Bond? Dal punto di vista contemporaneo.

Non saprei come rispondere. Ma penso di sapere il perché del suo successo quando andò nei cinema. Erano i tempi del teatro impegnato degli anni cinquanta e sessanta, in cui si metteva a nudo la vita della classe operaia inglese e sicuramente Agente 007 Licenza d’uccidere era una boccata d’aria fresca. Inoltre c’era il fatto che Fleming voleva gente come Cary Grant e che il budget del film era di 1 milione di dollari che poi alla fine fu tagliato a 960,000 dollari a causa della svalutazione del dollaro. È un tipo di cinema che portò un grande cambiamento nei film. Aveva cose che gli altri non avevano.

E cosa dice del controllo nella recitazione? Se penso alle altre opzioni, David Niven o Cary Grant, penso che Lei abbia apportato al personaggio più sobrietà o reticenza di quanto avrebbero fatto loro.

Uno degli aspetti fondamentali del libro da cui è stato tratto il primo film con James Bond è che non ha umorismo. Con il regista, Terence Young, avevo già fatto un film, Il bandito dell’Epiro. Non era un film particolarmente bello ma eravamo amici, ci divertivamo molto insieme, avevamo un senso dell’umorismo simile. Lui, tra l’altro, si vestiva benissimo. Lui capì, e questo ci scioccò, che Bond doveva indossare abiti particolari, come i pantaloni corti: il ché era una cosa assolutamente estranea alle mie abitudini. E lo è ancora. Capì che il vestito era un elemento essenziale, così come era importante l’altro elemento, quello del distacco – a meno che non avesse a che fare con le donne, l’alcol e l’azione.

Doveva esserci un elemento di pericolo e di minaccia. Questi erano i concetti chiave per me. Penso che un attore possa davvero fare qualsiasi cosa. Il movimento dovrebbe essere minimo, molto mobile, animalesco, elegante e sofisticato. E poi improvvisamente deve esplodere la battaglia. Maneggiare le armi – una cosa in cui non ho mai primeggiato – doveva sembrare molto più facile di quello che in realtà non è. Penso che il nuovo attore che farà Bond, Daniel Craig, sarà molto interessante, perché è un tipo diverso dagli altri. E’ un bravo attore.

Guardando oggi questo genere di film mi sembra che la sua performance – considerando i futuri James Bond – sia dotata di un mix, apparentemente contraddittorio, di eleganza e umorismo – come se venissero giocati l’uno contro l’altra.

Io cerco sempre l’umorismo in ogni ruolo che interpreto perché per me l’umorismo è un fattore di grande equilibrio. Puoi farla franca in qualsiasi contesto, grazie all’umorismo. Ho fatto un film di Sidney Lumet chiamato Sono affari di famiglia, che non ha avuto successo; ma il mio personaggio, il padre, è un personaggio molto interessante.
È cattivo, ma è realistico ed è divertente.

Qual è l’ultima volta che ha visto un film di James Bond?

Qualche volta mi capita di vederne uno alla TV, quando sono in Italia. Ci sono così tante emittenti.

Quali sono le sue reazioni quando si rivede nei panni di James Bond?

Be’, ho anche dei nipoti che conoscono benissimo quei film. Conoscono le battute a memoria, i dialoghi, le scene. Io invece non mi ricordo i dialoghi. Assolutamente. Considero questi film come qualcosa che ha a che vedere unicamente con il momento in cui sono stati fatti. Penso che durino, ad esempio, perché i vestiti o le pettinature non sono datate come quelle di altri film. Il taglio inglese, le giacche sportive, i completi da uomo, i cappelli, le cravatte, i colori pastello e tutte quelle caratteristiche che sono consolidate e non sono mai cambiate. Mentre quando si vede un film in cui ci sono capelli lunghi, basette e pantaloni a campana, immediatamente si fa un salto nel tempo. Questo non c’è in James Bond. Questo è il motivo per cui, tra tutti, quello che più ho amato è Dalla Russia con amore, perché mi sembra una storia molto buona, in cui appaiono come sfondo paesi diversi come la Turchia, la Bulgaria e poi alla fine si arriva a Venezia.

Ha mai pensato a chi potrebbe essere l’attore ideale per interpretare un film sulla sua vita?

Un film sulla mia vita: non ho idea. I critici dicono sempre che tutto ciò che faccio, alla fine, ha qualcosa di scozzese ma io credo che le emozioni siano internazionali. Si può anche cercare di migliorare l’accento ma alla fine l’emozione è la chiave di tutto e penso che essa sia internazionale. Se inizio a concentrarmi su un accento più britannico e più raffinato perdo di vista il ruolo, il suo valore, e quindi, per scelta, intendo restare come sono e quindi non so chi vorrebbe mai interpretare la storia della mia vita.

Pensa che il suo lavoro abbia in qualche modo lasciato un’eredità ad altre generazioni di attori? E se è così, di quale eredità si tratta e chi ne sono i beneficiari?

Non saprei. Sono appena stato a Hollywood per l’American Film Institute Award, e non avevo idea che sarebbe stato così importante, così emozionante. Hanno recuperato tutti gli attori con cui avevo lavorato – è stato molto commovente e c’era anche la mia famiglia con me. Questo penso che sia la cosa più vicina all’idea di eredità. Non so se ci sarà mai qualcuno che vorrà fare un film su di me, in ogni caso ciò che mi interessa è l’affetto e le emozioni che devo al mio lavoro.

Se ho ben capito la sua eredità sono le reazioni della gente che la ama e il lavoro da lei svolto.

Sì, è così.

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